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Le storie e la
memoria.
In onore di Arnold Esch
a cura di Roberto Delle Donne e Andrea Zorzi
Firenze, Reti Medievali - Firenze University Press, 2002
ISBN
88-8453-045-8
Euro 28 (formato a stampa a richiesta) Indice
| Abstract
| Formati disponibili
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Una
miscellanea fuori ordinanza
di
Girolamo Arnaldi
I
titoli che servono di base alle frequenti rivendicazioni di universalità
per la Roma di oggi (per quella di un tempo è tutta un'altra
cosa) sono spesso pretestuosi. Mai che si senta addurre un titolo
che realmente le appartiene: quello di essere l'unica città
al mondo nella quale sono presenti e in piena attività centri
di ricerca praticamente di tutte le nazioni che abbiano alle spalle
una consolidata tradizione nel campo degli studi di archeologia,
storia antica, storia medievale, nonché, in misura minore,
storia moderna e contemporanea, e dell'arte. Questi istituti - la
differenza va sottolineata per chi non l'avesse ben chiara - non
hanno nulla da spartire con gli "istituti di cultura"
che tutti i paesi che hanno qualcosa da mettere in vetrina - in
fatto di arti figurative, di cinema, di letteratura contemporanea,
talvolta anche di moda - creano in quante più capitali di
altri stati sono in condizione di fare, e che dipendono di norma
dai loro ministeri degli Affari Esteri, dal momento che sono in
realtà strumenti indispensabili di una politica estera modernamente
intesa. Anche gli istituti di ricerca come quelli romani giovano
all'immagine dei rispettivi paesi, ma lo fanno in una forma più
riservata, in quanto le attività che svolgono hanno, per
usare un'orribile parola alla moda, meno "visibilità".
Ma si avrebbe torto a pensare che anche i buoni studi in campi che
non sono certo ai gradini più alti della scala di valori
del mondo contemporaneo, non abbiano alla lunga una loro quotazione
anche sul piano internazionale. Benché si tratti soprattutto
del secolo XIX, è indubbio, per esempio, che il grande prestigio
internazionale della Germania di allora era dovuto non solo al suo
esercito, alla sua musica, ecc., ma anche alle sue università,
comprese le facoltà di teologia. E la diaspora degli ebrei
europei negli Stati Uniti ha dato ad alcune università di
quel paese una brillantezza anche negli studi coltivati negli istituti
romani, che è servita a sfumare l'idea un po' semplicistica
di un'America tutta business.
Ma è ora di tornare o, meglio, di venire a quello che ora
ci interessa: il volume di trecentocinquanta pagine che un gruppo
di quattordici giovani storici italiani hanno preparato in onore
di Arnold Esch, in occasione della fine, nell'aprile del 2001, del
suo mandato di direttore dell'Istituto storico germanico di Roma
e della sua andata a riposo. La tradizione delle Festschriften
è, per lo meno in Italia, non so se lo stesso si possa dire
anche per la Germania, uno degli ultimi residui dei vecchi riti
accademico-universitari. Nessuno, qui da noi, che, chiamato a fare
parte di una facoltà, tenga più la "prolusione";
le toghe sono prevalentemente in naftalina; le inaugurazioni dell'anno
accademico semiclandestine; i funerali raramente affollati e solenni,
soprattutto per i colleghi "laici", per i quali non c'è
il surrogato della liturgia ecclesiastica; le sedute di laurea tenute
in locali inidonei ad assicurare la necessaria solennità
all'evento, con membri della commissione che leggono il giornale,
candidati in maglione e blue-jeans, e… genitori vestiti a festa.
Sono le "conquiste" del sessantotto. Ma le Festschriften,
no, le Festschriften resistono. Lo stesso Esch ne ha ricevuta
un'altra, Italia et Germania. Liber Amicorum Arnold Esch
(Tübingen 2001), con contributi di trentatré storici
tedeschi e non, che non esiterei a definire illustri, se non fossi
uno di questi.
Orbene, la Festschrift, che ho l'onore di presentare, un
po' perché notoriamente amico di Esch, un po' perché
amico di alcuni degli autori degli scritti che la compongono e dei
curatori del volume, è cosa diversa dalle altre. Anzitutto,
perché relativamente giovani come sono, costoro hanno fatto
ricorso, per metterla in circolazione, alle tecniche editoriali
più à la page, quelle che stanno praticando
gli spericolati creatori di un'iniziativa che si chiama "Reti
Medievali. Iniziative on line per gli studi medievistici".
Non mi si chieda di più. Ignorante, come, senza difficoltà,
mi confesso di essere in merito a queste diavolerie, mi limito a
dire che, quando ho visto che, nell'esemplare a stampa che mi è
stato consegnato, le note sono a pie' di pagina, come nel buon tempo
antico, la mia perplessità iniziale si è subito dileguata.
Sia, dunque, benvenuta questa novità ! Ma di là da
questo aspetto comunque esteriore, la seconda Festschrift
per Esch, a parte la qualità eccellente dei contributi, ha
un secondo aspetto, anch'esso, se si vuole, esteriore, ma che tale,
in realtà, non è.
Di solito, le Festschriften sono opera di colleghi e di
amici (è il caso di Italia et Germania), oppure
di allievi. In questo caso, non è né una cosa, né
l'altra, perché Esch, per il primo, esiterebbe, ne sono sicuro,
a considerare suoi allievi nel senso proprio della parola giovani
studiosi che si sono laureati in università italiane e ai
quali, Esch imperante, l'Istituto storico germanico di Roma ha attribuito
una generosa borsa di studio semestrale per consentire loro di vivere
per un certo tempo la vita dell'Istituto stesso, il che vuol dire
anzitutto frequentare da interni la sua biblioteca, neanche lontanamente
paragonabile per abbondanza e qualità dei libri che vi sono
conservati alle biblioteche universitarie italiane, e - visto che
l'Istituto ha sede a Roma - anche la Biblioteca e l'Archivio vaticani,
le biblioteche di alcuni, almeno, degli altri istituti stranieri,
a cominciare dall'École française, e quelle, per così
dire, di conservazione (la Vallicelliana, la Corsiniana ecc.), che
a Roma abbondano.
Ma quei sei mesi non vogliono soltanto dire comodità di accesso
a una biblioteca ricchissima di libri concernenti la storia del
nostro Paese, in particolare di quelli in lingua tedesca. Vuole
anche dire sperimentare dal di dentro la vita quotidiana di una
comunità di studiosi di un altro Paese, dato che - non occorre
dirlo - a via Aurelia Antica non si ha l'occasione di frequentare
solo il direttore e il vicedirettore dell'Istituto, ma anche i numerosi
assistenti, borsisti tedeschi e bibliotecari, che fanno capo ad
esso, nonché i numerosi studiosi di passaggio. Ciò
che comporta anche l'acquisto di una familiarità maggiore
di quella che si possedeva prima di bussare a quella porta con la
lingua tedesca, non solo scritta (come, ho vergogna a dirlo, è
il caso del sottoscritto), ma, a seconda dell'attitudine che uno
può avere o non avere per l'apprendimento delle lingue straniere,
anche parlata. Ai miei tempi, la conoscenza del latino (in minore
misura, anche del greco) e del tedesco erano condizioni indispensabili
per chi aspirasse a laurearsi in storia medievale. Oggi non è
più così, nemmeno per il latino. Se i borsisti italiani
dell'Istituto storico germanico il tedesco lo masticavano già
più o meno bene tutti, sta di fatto che i sei mesi di full
immersion in quell'ambiente consente loro di fare grandi progressi
anche sotto questo riguardo, benché non tutti - come è
ovvio - non escano da quell'immersione capaci di citare
con tanta disinvoltura libri tedeschi, non solo di storia ma pure
di altre discipline, come mostra di essere in grado di fare Roberto
Delle Donne, uno dei due curatori del volume e autore dello splendido
saggio finale su 'Historisches Bild' e signoria del presente.
È difficile dire se dalla coabitazione per metà anno
fra un italiano e quelli di casa in via Aurelia Antica traggano
altrettanto vantaggio i secondi quanto il primo. Avendo fatto anch'io,
una cinquantina d'anni fa, la stessa esperienza di borsista presso
un'enclave straniera nel cuore di Roma - si trattava, nel
mio caso, dell'American Academy -, ho la netta impressione che il
bilancio del dare e dell'avere sia diverso nei due casi. Credo che
i borsisti tedeschi di Esch siano molto più interessati ad
apprendere l'italiano e che quindi si mettano rapidamente in condizione
di farsi provvisoriamente "romani", senza nessun bisogno
di un mediatore-interprete indigeno, a differenza dei miei colleghi
statunitensi di allora (ma credo che le cose siano rimaste dopo
tanto tempo tali e quali), forti di padroneggiare la lingua franca
del mondo di oggi. Vuole dire che la Repubblica Federale spende
male i suoi soldi finanziando borse per giovani studiosi italiani?
Nemmeno per sogno. I reduci di via Aurelia Antica sono, chi più
chi meno, dei preziosi ambasciatori in Italia della cultura storica
tedesca, a torto negletta negli anni passati, a favore della francese
e dell'angloamericana.
Usando un'espressione alquanto volgare, si dirà che sto menando
il can per l'aia. Invece di commentare i quattordici saggi di questo
volume, mi sto lasciando andare a considerazioni estemporanee. Me
ne sia consentita ancora un'altra. L'Istituto storico germanico
ha in cantiere imprese scientifiche di lunga durata. Quelle che
(ne so qualcosa per avere diretto per anni il Repertorium fontium
historiae medii aevi) richiedono un lavoro di alta qualità,
ultraspecialistico, ma servile. Ebbene, le borse riservate agli
italiani non vengono usate a questo scopo. Ciascuno fa il suo lavoro,
e nient'altro che il suo lavoro. Il che non vuol dire che possa
fare quello che vuole, e magari niente. Esch, per quanto affabile,
non mancava di tenerlo d'occhio, lo chiamava spesso a rapporto,
sia individualmente che con i suoi colleghi tedeschi, metteva a
sua disposizione non solo la splendida biblioteca di cui si è
già detto, ma anche la sua straordinaria cultura. Uno di
loro mi ha raccontato giorni or sono di avere avuto anche il privilegio
di partecipare a una di quelle spedizioni domenicali di "archeologia
di superficie", volta in particolare a individuare il tracciato,
nascosto dagli arbusti, delle antiche vie consolari romane, che
sono la specialità dei coniugi Esch.
Ed ora il volume. La sezione di ecdotica la apre un bizantinista,
Gastone Breccia, storico e al tempo stesso filologo, come si richiede
a chi pratichi la sua disciplina, dal momento che in essa i due
campi non sono ancora separati, come accade per la storia del medioevo
latino. Breccia pubblica e commenta adeguatamente i documenti papali,
naturalmente in latino, per il monastero di Grottaferrata. Irene
Scaravelli pone invece le basi per un'edizione critica, Dio sa quanto
attesa ed opportuna dopo il fallimento di tentativi precedenti,
della "monumentale collezione di canoni del IX secolo",
che va sotto il nome di Anselmo dedicata, caratterizzata
dal fatto di essere divisa in dodici sezioni tematiche, ciascuna
delle quali, e qui sta la sua originalità, contiene testi,
rispettivamente, canonistici, decretalistici (ma tutti ricavati
dal Registrum epistolarum di Gregorio Magno!) e romanistico-giustinianei.
L'aspetto, a mio avviso, più interessante di questa collezione
è la separazione fra testi canonistici, per così dire
già stagionati, e decretali gregoriane. L'uso normativo delle
lettere del registro era infatti, in quel momento, una novità,
anche se Gregorio era vissuto tanti secoli prima - una novità,
questa, che non a caso coincide sotto il profilo cronologico con
la redazione della sua prima vita "romana" ad opera di
Giovanni Immonide. Terzo ed ultimo degli scritti di ecdotica è
quello di Michele Ansani, che ha un titolo un po' misterioso: "Quod
ad aures Lombardorum non veniat": osservazioni intorno al cosiddetto
indulto di Niccolò V a Francesco Sforza. Ciò
che i "lombardi", cioè gli ecclesiastici del suo
dominio, non dovevano sapere è la natura di una richiesta
che il duca rivolgeva al papa in materia di collazione dei benefici
ecclesiastici, una materia a quei tempi ultradibattuta fra la Santa
Sede e i regni e i potentati dell'Europa cristiana. Per il resto,
il contributo di Ansani consiste nel seguire la complicatissima
vicenda della combattuta formazione di un documento papale, in cui
è stata coinvolta la cancelleria sforzesca. Questa ricerca,
che corre sul crinale che separa e, al tempo stesso, collega storia
della diplomazia, diplomatica e storia propriamente detta, mi ha
fatto ricordare gli studi altrettanto penetranti di Francesco Senatore.
La sezione "Economia e società" inizia con un contributo
di Pierpaolo Bonacini su Istituzioni comunali, edilizia pubblica
e podestà forestieri a Modena nel secolo XIII. Riallacciandosi
a un filone di studi sul comune popolare modenese, inaugurato settanta
anni fa da uno studioso di storia del diritto del valore di Giovanni
De Vergottini, Bonacini introduce felicemente, in riferimento a
Modena, due integrazioni rispetto a quello che è il quadro
attuale degli interessi storiografici sul comune italiano: l'"affermazione
politica dei nuovi soggetti collettivi rappresentati dalle forze
'popolari'", i "circuiti podestarili" e la redazione
di nuove forme (soprattutto registri) di "scritture pubbliche".
La prima integrazione concerne la "politica pattizia intercittadina",
vista anche in rapporto con la "circolazione podestarile che
ha in Modena il proprio fulcro"; la seconda l'"edilizia
pubblica comunale", un tema anch'esso di grande rilievo. Per
Firenze, è noto che Dante, nell'aprile del 1301, qualche
mese prima di andare in esilio, era stato nominato sovrintendente
ai lavori del raddrizzamento della via di S. Procolo, che erano
stati deliberati "maxime eo quod populares comitatus absque
strepitu et briga magnatum et potentum possunt secure venire per
eandem ad dominos Priores et Vexilliferum iustitie cum expedit".
Maria Pia Alberzoni è andata invece alla ricerca dei mercatores
romani nel registro di Innocenzo III, che risultano attivi
soprattutto in materia di prestiti alla Curia o a "raccomandati"
della medesima. Quando costoro erano insolventi, questa sorta di
fideiussione curiale era esposta alle azioni dei creditori, che
volevano rientrare in possesso del loro avere. Riprendendo la colorita
espressione di uno storico tedesco, la Alberzoni dimostra che die
Lobby der Geldwechsler aveva di solito la meglio, ciò
che conferma il peso sociale e politico dei cambiatori e dei mercanti
romani nella vita della città, ritenuta fino ad ieri economicamente
asfittica, finché Marco Vendittelli, lo stesso Arnold Esch
ed altri come loro non hanno sfatato questo luogo comune. La storia
del vino e della vite, che ne è la premessa necessaria, annovera
molti cultori sia in Italia (si pensi ad Antonio Ivan Pini) che
altrove (basti citare il successore di Esch alla direzione dell'Istituto
storico germanico, Michael Matheus, originario, non a caso, della
valle della Mosella), ma un po' in ombra è restata fino ad
ora la cantina, là dove il vin si conserva e ripone.
A fare luce in materia, provvede, limitatamente alla struttura delle
cantine medievali lombarde, Gabriele Archetti. La mia attenzione
è stata subito attirata dalla citazione con cui il suo saggio
comincia, tratta dalla Cronica in factis et circa facta Marchie
Trivixane di Rolandino da Padova, un testo a me molto caro.
La citazione riguarda i "covoli" di Costozza nel vicentino,
grotte scavate nella roccia dei monti Berici, che fino dai tempi
più remoti e, certamente, dal secolo XIII, visto che Rolandino
ne parla come cosa allora nota, sono servite, e servono tuttora,
per riporvi vino e anche altre vettovaglie. Archetti, che tratta
delle "cantine" della Lombardia orientale, ha cura di
spiegare che raramente ci si serviva di cantine vere e proprie,
come, del resto, tali non sono i covoli di Costozza, ma di ambienti
di svariate tipologie e, in molti casi, non adibiti solo a questa
funzione.
"L'educazione del cittadino nella società comunale italiana
fu anche l'educazione alla vendetta": sono le prime parole
del contributo di Andrea Zorzi, l'altro curatore di questo volume
e magna pars di "Reti medievali". Zorzi in La
cultura della vendetta nel conflitto politico in età comunale,
primo dei tre contributi della sezione "Poteri e istituzioni",
dimostra la infondatezza della tesi secondo cui la pratica della
vendetta, benché diffusa anche in età comunale, non
era che un retaggio del medioevo barbarico in via di esaurimento,
un fenomeno ormai marginale rispetto a un'istituzione come il comune
cittadino, che sperimentava in provetta lo stato moderno. Al contrario,
la trattatistica del tempo dedica ampio spazio a tale pratica, nei
cui confronti la contraddizione esistente tra Antico e Nuovo Testamento
circa la sua liceità morale lasciava libertà di scelta
all'offeso fra, appunto, la vendetta, e il perdono (l'invito a offrire
l'altra guancia), consentendo ai trattatisti del tempo di prospettare
serenamente i vantaggi e gli svantaggi del ricorso all'uno o all'altro
tipo di reazione, e, per quel che riguarda l'eventuale ricorso alla
vendetta, consigliando i modi più opportuni con cui compierla
senza andare incontro a inconvenienti, con una spregiudicatezza
che, alla lontana, anticipa quella machiavelliana. Quanto poi alla
normativa statutaria, essa si limita a porre dei paletti al ricorso
a tale pratica, considerandolo implicitamente come un'istituzione
paraistituzionale.
Anche se, a quanto mi risulta, le borse di via Aurelia Antica vengono
equamente ripartite fra medievisti e modernisti, questi ultimi sono
meno presenti nella Miscellanea di quanto non lo siano
i loro colleghi. Modernista e studioso dell'età napoleonica
è Luigi Blanco, che ha contribuito con un saggio sulle trasformazioni
istituzionali, le novità formative e i modi di intervento
sul territorio, che si sono manifestati in Italia durante quel periodo,
in rapporto, particolarmente, con il settore dei lavori pubblici.
Blanco, in aperta ma cortese polemica con la tendenza a svalutare
le novità intervenute in Italia in età napoleonica
rispetto ai fermenti e alla vivacità del periodo delle repubbliche
giacobine, ne sottolinea il rilievo e la concretezza, evidenziando,
al tempo stesso, la varietà degli esiti che il trapianto
delle esperienze d'oltr'Alpe in terra italiana ha avuto a seconda
delle diverse tradizioni degli antichi stati della penisola, fra
gli altri il Piemonte, la Lombardia e la Toscana, innestandosi sul
substrato assai diversificato delle riforme settecentesche. Andrea
Ciampani è impegnato in quel processo di rinnovamento della
storia delle relazioni internazionali e di dilatazione del suo orizzonte
conoscitivo, una volta ridotto nei limiti angusti di una storia
dei trattati, che, in atto da tempo, ha in Brunello Vigezzi uno
dei suoi protagonisti ed è, in realtà, una delle principali
vie attraverso cui si attua finalmente la rifondazione su nuove
basi, da tempo attesa, della storia politica, spodestata nella seconda
metà del secolo scorso dal suo trono di regina historiarum.
Prendendo lo spunto da un saggio di ampio respiro di Arnold Esch
sull'antico e sempre attuale tema dello "storico e l'esperienza
del presente", che lo induce a ritenere che la sensibilità
degli storici di oggi per il fatto di "trovarsi lungo il crinale
di un'età dal carattere epocale", sia particolarmente
sollecitata, l'autore attira l'attenzione sull'emergenza di "attori
e dinamiche sociali" nella storia, appunto, delle relazioni
internazionali, ciò che ha dimostrato di sapere fare egli
stesso nel suo libro del 2000 su La CISL tra integrazione europea
e mondializzazione.
La quarta, ed ultima, nonché la più nutrita delle
quattro sezioni della Miscellanea ha per titolo "Pratiche
della memoria". Nel saggio di Guido Castelnuovo su Un regno,
un viaggio, una principessa: l'imperatrice Adelaide e il regno di
Borgogna (931-999), l'unico personaggio femminile del secolo
X italiano che si sottragga - forma honestissima e morum
probitate gratiosa - com'è descritta nell'Antapodosis,
al trattamento infamante che Liutprando di Cremona riserva alla
figure femminili di cui ha occasione di scrivere, è presentato
sotto una luce insolita. Moglie, prima, di Lotario, re d'Italia,
poi di Ottone I, re di Germania e imperatore, era figlia - come
tutti coloro che si sono occupati di lei non mancano di ricordare
- di re Rodolfo II di Borgogna. Ma questa sua origine era rimasta
finora una sorta di antefatto, trascurabile rispetto al suo futuro
di due volte regina, di imperatrice, di madre di un imperatore (Ottone
II), di nonna e reggente, alla morte di quest'ultimo, in nome del
nipote minorenne Ottone III, al quale premorì, ma solo di
poco. Invece, osserva Castelnuovo, "non mancano tracce dei
suoi legami con la terra e la dinastia avite". È alla
ricerca di queste tracce che l'autore si dedica, e, in particolare,
al viaggio nelle terre della sua infanzia "per una sorta di
grand tour di commiato", da lei compiuto sessant'anni
dopo essersene allontanata, nel 999, alla vigilia della morte, e
raccontato da Odilone da Cluny, avendo presente il viaggio a Gerusalemme
della patrizia romana Paola, così come è narrato da
s. Girolamo. La problematica del reimpiego di materiale antico è
uno dei cavalli di battaglia di Esch. Nicolangelo D'Acunto, nel
suo contributo su Ripresa dell'antico e identità cittadina
in un'epigrafe di S. Rufino in Assisi (1140), estende la pratica
del riuso a ciò che, in realtà, propriamente riuso
non è, cioè alla pedissequa imitazione, in un'epigrafe
assisiate, della "'maniera' antica di scrivere sulla pietra"
(testimoniata dai numerosi esempi di scrittura romana ancora visibili
nell'antico municipium), nell'intento di celebrare la riedificazione
della basilica di S. Rufino, "simbolo visibile dell'unità
politica e religiosa dei cives, che si raccolgono attorno
al santo patrono". Marino Zabbia, che attende all'edizione
del Chronicon di Romualdo Salernitano per l'Istituto storico
italiano per il medio evo, individua nel suo saggio le fonti di
cui Romualdo si è servito per ciò che concerne la
storia del papato. È un'indagine molto minuziosa, in quanto
la fonte principale, che è il Liber pontificalis,
viene integrata e miscelata con altre fonti, o le integra. A parte
l'interesse che la ricerca di Zabbia ha in vista dell'edizione del
Chronicon, essa gli consente anche di mettere a fuoco il
quadro culturale della Salerno della seconda metà del secolo
XII. Avendo portato felicemente a termine il suo libro sull'esclusione
politica, incentrato sullo studio della cacciata dei Lambertazzi
da Bologna nel 1274, che gli è stato reso possibile dall'esistenza
di una ricca documentazione archivistica, Giuliano Milani avvia
con questo suo contributo una riflessione sulle fonti di altra natura
(cronachistiche, poetiche ecc.), che riflettono la "memoria"
che quello straordinario avvenimento ha lasciato dietro sé.
Abbiamo già accennato al saggio di Roberto Delle Donne che
chiude la Miscellanea e che concerne il libro di Ernst
Kantorowicz su Federico II. Finalmente questo libro è stato
sottratto alle dispute puramente storiografiche sulla sua attendibilità
e discusso nel quadro della "cultura" (non solo della
"storiografia") tedesca del suo tempo, che Delle Donne
mostra di conoscere in un modo che ha del sorprendente. Se c'è
una borsa dell'Istituto storico germanico che è stata ben
spesa, è stata quella per Delle Donne, senza, per questo,
volere fare un torto agli altri autori della Miscellanea,
che lasciano tutti ben sperare anche per il futuro.
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