Tesi di Laurea
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Mulini ad acqua nel territorio di Calci in età Medievale: ricostruzione storica, analisi topografica, studio della gestione economica (secoli X-XIII).

Capitolo II: I mulini dall'antichità al Medioevo.

2.1 Antichità.

2.2  Medioevo.

2.3 Per una storia del mulino attraverso le fonti: le attestazioni letterarie.

Capitolo II

I mulini dall’antichità al Medioevo: struttura, evoluzione e diffusione.

2.1 L’antichità

Se è vero che il mulino ad acqua già nell’antichità era conosciuto ed utilizzato, fu solo nel Medioevo che le macchine idrauliche conobbero un notevole sviluppo ed un’ampia diffusione. Per seguire lo sviluppo del mulino idraulico è necessario conoscere tutti quei lenti, ma efficaci mutamenti che portarono dalla frantumazione manuale dei cereali all’affermazione degli opifici ad acqua. Presso gli antichi Egizi, la frantumazione dei cereali era affidata alle schiave che utilizzavano un procedimento molto rudimentale: i grani erano triturati a colpi di pietra (vedi fig. 1)

Figura 1 - Statuetta egizia raffigurante donna che macina i cereali. Arte egizia V dinastia, museo archeologico di Firenze. Foto Gherardi.

Figura 2 - Macine rudimentali ritrovate in Siria, risalenti a circa 5000 anni fa.Tratto dal volume Archeologia, a cura di L. Fasani, Toledo, 1989, p. 60.

La produzione della farina, dell’olio d’oliva, del vino e della birra, richiedeva diverse attrezzature per lo schiacciamento e la frantumazione delle materie prime. Le cariossidi del grano, estratte dalle spighe e setacciate, venivano sbucciate tramite battitura e poi macinate fino a diventare farina. Gli attrezzi usati erano il pestello e il mortaio che consentivano la combinazione dei due momenti della macinazione e della pestatura. Un semplice ausilio meccanico alla pestatura era costituito dalla sospensione elastica del pestello mediante una corda attaccata ad un ramo oppure ad una impalcatura. Questo tipo di pestello (simile, come uso e struttura, ad un martello) era particolarmente utilizzato in Estremo Oriente per pestare il riso, mentre nella zona delle Alpi fu usato per molto tempo nella frantumazione dei minerali (vedi fig. 3)

Figura 3 - Pestello giapponese a perno. Ricostruzione da un disegno di Hokusai, XIX secolo. Tratto da Storia della Tecnologia, Torino, 1964, p. 602.

Il pestello in alcune regioni montuose, particolarmente ricche d’acqua, fu leggermente modificato: invece del contrappeso, alla fine dell’asta era dotato di un recipiente riempito d’acqua che faceva sollevare il pestello stesso, versava il contenuto e tornava indietro per essere riempito di nuovo, mentre il pestello ricadeva. Secondo lo storico della tecnologia Forbes “questo semplice prototipo di motore può ben essere l’antenato del mulino a pistone che, combinato con una ruota ad acqua, fu costruito e perfezionato, dando origine al mulino idraulico” [1] .

Ma, ancor prima della diffusione del mulino ad acqua, si affermarono il mulino a pressione e la macina girevole. Il mulino a pressione era costituito da due pietre piatte e scanalate: quella superiore era un contenitore per i cereali (tipo la tramoggia) con una fessura, destinata a fare in modo che le superfici macinanti fossero sempre rifornite di materia prima. Una testimonianza dell’uso di questo tipo di mulino è data da una raffigurazione presente su una ciotola del III secolo a.C. ritrovata a Megara, vicino ad Atene (vedi fig. 4).

Figura 4 - Montaggio di un mulino a pressione. Schema tratto da una ciotola del III secolo a. C. proveniente da Megara. Tratto da Storia della Tecnologia, op.cit., p.604.

 Il mulino a pressione aveva avuto origine in Asia Minore o in Siria, ma si diffuse velocemente in Grecia fin dal V sec. a. C. e poi anche a Roma (I sec. a.C.). Sicuramente più importante, dal punto di vista dell’evoluzione tecnica, fu la macina rotante che, secondo Forbes “ rappresenta la prima e più notevole applicazione del movimento rotatorio” [2] . Probabilmente la macina rotante derivò dalla frantumazione del grano effettuata tramite pietre sferiche, mosse in bacini concavi dotati di bordi. Questo tipo di macinatoi, nei quali una sporgenza della pietra superiore faceva perno in quella inferiore, erano usati in Palestina già nel secondo millennio a. C. Tramite l’inserimento di un manico queste pietre divennero una macina rotante. Un esemplare proveniente da Tel Halaf, in Siria, è datato al IX secolo a. C. e ne testimonia la lenta evoluzione [3] .

Questo tipo di macina si diffuse, anche se molto lentamente, dapprima in Grecia e poi verso nord, fino alla regione delle Alpi. Testimonianze archeologiche di La Tène, in Francia, risalenti al I sec. a. C., ci mostrano un’ulteriore evoluzione. E' stata ritrovata, infatti, una macina rotante fornita di una tramoggia nella parte superiore e mulini di questo tipo si diffusero poi anche nell’Inghilterra meridionale (vedi fig. 5). 

Figura 5 - Tipi di macine inglesi primitive. A) Prima del 50 a.C.; B) I secolo d. C.; C) II secolo d.C. ; D) IV secolo d.C. Si noti l'aumento delle dimensioni della tramoggia in rapporto alla superficie di macinazione ed al peso. In D) la mola superiore è ad altezza regolabile. Tratto da Storia della Tecnologia, op. cit., p.608.

 

Nell’Europa del I secolo d. C. erano in uso due diversi tipi di macine rotanti: quello iberico (vedi fig. 6) con due manici verticali, e quello usato nell’Europa centrale, con il manico a raggio orizzontale. Con l’uso delle macine rotanti comparve la figura del mugnaio ‘professionista’, legata ad una produzione di farina su scala ‘industriale’.

Casella di testo: Figura 6 - Schema di macina di tipo iberico con solchi nella mola superiore per i due manici verticali. Tratto da Storia della tecnologia, op.cit., p. 608.  L’uso domestico del mulino a mano lasciò il posto ad una produzione più rapida e fruttuosa. Probabilmente gli unici ambienti in cui si continuava ad usare il mulino a mano ‘portatile’ erano gli eserciti ed è facile intuirne le ragioni: ogni gruppo di cinque o dieci soldati era fornito di un mulino a mano e ogni uomo portava con sé farina sufficiente per 30 giorni.

 

Dopo la macina rotante venne il mulino ‘a maneggio’.

Si trattava di un mulino costruito incavando le superfici della macina e dando la forma di tramoggia alla pietra superiore. Era ovviamente un mulino più grande, che girava con imbracature alle quali erano attaccati asini, muli, cavalli e schiavi.

l mulino a maneggio era conosciuto in Grecia già nel III secolo a. C., ma fin dal V e dal IV, strumenti simili erano utilizzati per frantumare i minerali delle miniere del Laurio [4] .

In Italia l’introduzione di questo tipo di mulino è più tarda. Siamo già nel II sec. a. C. quando Catone prescriveva come dotazione necessaria ad una fattoria “tre mulini manovrati da asini ed un mulino a mano” [5] .Mulini di questo tipo però implicavano un notevole dispendio di soldi e d’energie. I mulini azionati dagli animali, infatti, presupponevano, a lungo andare, spese notevoli sia per la realizzazione di finimenti adatti alle imbracature sia per l’acquisto di protezioni necessarie per risparmiare gli zoccoli degli animali. Probabilmente, in certi ambienti del mondo antico la forza umana rimase la principale fonte di energia per molto tempo. D’altro canto, un compito così faticoso quale la frantumazione quotidiana dei cereali incentivò sicuramente la meccanizzazione del mulino. La soluzione di questi problemi consisteva nella creazione di un nuovo tipo di struttura produttiva, un nuovo mulino che utilizzasse un tipo di forza ancora ‘più cieca’ di quella animale e, al tempo stesso, orientata per natura in direzione sempre uniforme: la spinta dell’acqua corrente [6] .

Pare che il mulino idraulico più antico sia quello ricordato da Strabone [7] , fatto costruire da Mitridate a Cabira, nel Ponto, come corredo indispensabile del suo nuovo palazzo.

Tale opera si daterebbe al 65 a. C. e si trattava probabilmente di un mulino di tipo ‘greco’ (detto anche ‘scandinavo’).Sulla base della descrizione di Strabone, si è cercato di ricostruire la struttura di questo tipo di mulino. Si trattava di un impianto idraulico piuttosto rudimentale: in esso, un albero verticale portava all’estremità inferiore una piccola ruota orizzontale composta da diverse pale.

Figura 8-Ruota orizzontale restaurata. Portogallo. Entrambe le figure sono tratte dal sito Internet         http://perso.infonie.fr.

 

L’asse passava attraverso la macina inferiore ed era fissato a quella superiore mediante una barra trasversale, collocata in un’apertura della macina soprastante. Questo tipo di mulino è oggi indicato con il nome di ‘mulino idraulico orizzontale’ (vedi figg.8 ed 8 a) e presupponeva l’uso di una doccia che conducesse l’acqua. Il mulino idraulico orizzontale fu poi perfezionato dai Romani nel I secolo a. C., con l’intento di ottenere una macchina più efficiente e più rapida.

Nacque così il mulino verticale detto anche ‘vitruvivano’ (vedi fig. 9). Bastò, infatti, sistemare la ruota idraulica in posizione verticale e per far muovere le macine, l’asse orizzontale fu alloggiato nell’albero verticale che, a sua volta, faceva girare la macina superiore.

Figura 9 - Schema di mulino azionato con ruota verticale.Tratto dal sito Internet http://perso.infonie.fr.

Scrive Forbes che “ nei mulini idraulici romani le macine facevano di solito cinque giri contro uno della ruota. La maggiore potenza d’uscita compensava la maggiore complessità costruttiva” [8] .

Vi erano tre diversi tipi di mulino verticale a seconda del punto in cui l’acqua colpiva la ruota: con ‘ruota colpita di sotto’, con ‘ruota colpita di sopra’ e con ‘ruota colpita di fianco’. E’ molto probabile che il tipo di mulino più antico fosse quello con ‘ruota colpita di sotto’, ma presto ci si rese conto che essa funzionava bene solo su fiumi rapidi e con volumi d’acqua costanti, spesso senza necessità di diga né doccia.

La prima raffigurazione di un mulino idraulico si ritrova in un mosaico del V secolo d. C., scoperto in un palazzo di Bisanzio, ed è proprio un mulino con la ruota colpita di sotto.

La combinazione di mulini e cateratte divenne tipica solo nel XIII secolo, poiché prima i mulini erano comunemente alimentati direttamente dai corsi d’acqua o, se necessario, rifornite da apposite condutture d’acqua. Fu evidente, allora, che era più fruttuoso far cadere l’acqua sulla sommità della ruota, facendola così girare in forza del suo peso. Il mulino con ‘ruota colpita di sopra’ richiedeva un’alimentazione idrica ben diretta e regolata. Per questo motivo l’acqua, raccolta in gore, veniva avviata attraverso una chiusa da dove poi defluiva, per colpire la ruota nella sua parte superiore. Questo tipo di mulino, che consentiva di utilizzare anche i fiumi a flusso lento o a volume variabile giacché la chiusa permetteva l’innalzamento del livello del fiume, non ebbe però una gran diffusione nell’antichità. Grazie agli scavi archeologici noi ne conosciamo tre esempi, costruiti tutti in epoca antica.

 Uno di questi mulini con ‘ruota colpita di sopra’ fu fatto costruire nel 470 d. C. ad Atene, nell’agorà, sotto l’imperatore Leone I, (457-74) e fu probabilmente distrutto da un incendio durante l’invasione slava del 582 [9] .

Un altro esempio di mulino idraulico con ruota colpita da sopra è stato ritrovato a Venafro sul Tuliverno, in provincia di Napoli, dove, oltre ai resti del mulino, datato al IV secolo d.C., è stato ritrovato anche l’acquedotto che lo alimentava.  In base alle ricostruzioni fatte dagli archeologici, il mozzo della ruota doveva avere un diametro di 74 cm circa che sommati alle dimensioni delle 18 pale, creava una ruota di circa 185 cm. Secondo Forbes [10] questa ruota poteva sprigionare una potenza di circa tre cavalli-vapore e le macine, con 46 giri al minuto, potevano macinare 150 kg di grano in un’ora. Se consideriamo che la quantità media prodotta da due schiavi in un’ora era di soli 7 kg., si può capire come l’introduzione di questo tipo di mulino abbia costituto un evento eccezionale nell’ambito della tecnologia antica.

L’esempio più eclatante di quest’applicazione tecnica era però costituito dall’impianto romano di Barbegal (vedi figg.10 e 11), a 10 Km da Arles.Come afferma la studiosa Marie-Claire Amouretti, il complesso dei mulini di Barbegal è un monumento antico molto originale [11] .  Grazie a due acquedotti, Barbegal era fornito di un duplice canale con una pendenza di 30° ed un dislivello di 18,60 metri. Nel condotto inclinato erano collocate ben 16 ruote (8 coppie) alimentate per di sopra, ciascuna delle quali aveva un diametro di 220 cm e una larghezza di 70 cm. Sempre secondo i calcoli degli archeologi, ogni serie di macine produceva circa 15-20 kg di farina all’ora. Facendo le somme, in una giornata lavorativa di 10 ore a Barbegal si produceva la sorprendente quantità di 280 kg circa di farina. La costruzione risalirebbe al II secolo d. C. e, benché la cittadina di Arles contasse all’epoca circa 10.000 abitanti, la quantità di farina prodotta a Barbegal sarebbe bastata per circa 80.000 persone.

Figura 10 - Prospetto 1 dell'impianto molitorio di Barbegal. Tratto dal sito Internet http://perso.infonie.fr.

Figura 11 - Prospetto 2 dell'impianto molitorio di Barbegal. Tratto dal sito Internet http://perso.infonie.fr.

E’ molto probabile che l’attività di Barbegal, che può senza dubbio definirsi ‘industriale’, era strettamente connessa con il porto di Arles che riforniva di grano Roma e l’esercito della Gallia Narbonese. Risalirebbe proprio al II secolo d. C. l’istituzione ad Arles di un addetto al controllo degli alimenti, inviato da Roma. Forse l’impianto di Barbegal fu costruito da quel Candidio Benigno, famoso ingegnere del luogo che in un’iscrizione è ricordato come “abile più di qualunque altro; nessuno lo superò mai nella costruzione delle macchine e delle condutture d’acqua” [12] . Comunque, nonostante gli esempi ora ricordati, il mulino ad acqua con ruota colpita per di sopra non ebbe grandissima diffusione fino al Medioevo.

Spesso gli studiosi di storia della tecnica si sono chiesti come mai un procedimento ormai scoperto ed apprezzato quale l’uso del mulino idraulico abbia avuto scarso utilizzo nel mondo romano, fatta eccezione per alcuni casi isolati, limitati a poche località dell’impero.

Ai nostri occhi, trascurare un mezzo che aiuta ad ottenere ‘il massimo guadagno con il minimo sforzo’, è qualcosa di inconcepibile. In realtà, chi si occupa di storia antica deve lasciare la mentalità attuale e porsi nell’ottica degli uomini del passato, con una sorta di empatia che gli consenta il più possibile di riuscire a vedere la realtà quasi con i loro stessi occhi.

E’ ovviamente impossibile ottenere uno studio, sia esso storico o archeologico, in cui non sia riflessa almeno in parte la personalità di chi lo effettua. Comunque, affrontando un quesito come quello posto precedentemente con una sufficiente conoscenza del mondo romano e, più in generale, della mentalità antica, non sarà difficile comprendere almeno in parte le motivazioni che stanno alla base del ‘ritardo’ nell’introduzione, su larga scala, del mulino idraulico. Se consideriamo il mondo romano nella sua complessità, non risulterà particolarmente complicato individuare sia cause legate prettamente alle condizioni ambientali sia ostacoli derivanti da più profonde motivazioni ideologiche. Si consideri come prima cosa la portata dei fiumi tipica del bacino del Mediterraneo: si tratta di fiumi con portata variabile a seconde delle stagioni.

Questo potrebbe essere stato un valido motivo per evitare la costruzione di mulini in pianta stabile là dove, probabilmente, per gran parte dell’anno l’acqua sarebbe stata insufficiente per alimentare la ruota. Ne consegue che i mulini idraulici erano costruiti in luoghi dove era possibile un costante ed abbondante rifornimento idrico, tramite un fiume o un acquedotto, ed in cui c’era, al tempo stesso, una forte richiesta di mercato, controbilanciata da una carenza di mano d’opera.

Non bisogna poi dimenticare che la costruzione di acquedotti destinati ad alimentare i mulini era un’opera molto dispendiosa e perciò poteva essere realizzata solo presso grandi centri abitati. Questo però non basterebbe a spiegare il perché di un mancato utilizzo del mulino idraulico o della forza idraulica in genere. Entrano in gioco, a questo punto, anche motivazioni ideologiche, ben evidenziate da Forbes [13] .

Secondo questo studioso “la struttura sociale e il basso costo della mano d’opera debilitarono lo spirito inventivo degl’ingegneri. In nessun luogo nell’antichità vi fu uno stimolo verso l’industrializzazione che richiedesse una maggiore resa di energia concentrata dai motori primari e che portasse alla specializzazione, alla meccanizzazione e all’unificazione. I generi alimentari venivano prodotti su larga scala con l’uso parziale di macchine di schiacciamento e di macinazione di tipo perfezionato, ma sempre solo con l’ausilio del lavoro manuale”. Benché la teoria del totale ‘ristagno tecnologico’appare attualmente poco condivisibile, risulta comunque evidente che gli elementi evidenziati dal Forbes ebbero un loro peso nella storia dei mulini idraulici. Si pensi, ad esempio, all’aneddoto secondo il quale Vespasiano si rifiutò di costruire un paranco idraulico perché aveva timore di lasciare senza lavoro i poveri dell’Urbe che solo con tale tipo d’impiego riuscivano a sopravvivere.  Non dimentichiamo inoltre che, quando i mulini idraulici furono installati sul Gianicolo per sostituire quelli a cavalli (III secolo d. C.) i proprietari terrieri della zona e quelli dei vecchi ‘pistrini’ (mulini manuali azionati da schiavi) si opposero fortemente. In seguito, con un editto del 395, Onorio ed Arcadio proibivano di usare le acque del vecchio acquedotto di Traiano per alimentare proprio gli stessi mulini del Gianicolo.

Fu solo alla fine de IV secolo e gli inizi del V che l’introduzione dei mulini idraulici subì un notevole impulso. Le cause furono molteplici, ma due sono le principali: un generale calo demografico e la fine delle guerre di conquista con la conseguente carenza di mano d’opera servile.

Secondo Marc Bloch [14] , la prova della carenza di manodopera impiegata per far girare le macine è costituita dal fatto che ci si sforzò innazitutto di sostituire i condannati agli schiavi, pratica sino ad allora esercitata solo per i lavori delle miniere. Fu Costantino che, per la prima volta, aggiunse a questa vecchia pena quella dei lavori forzati nei mulini pubblici.

Da questo momento in poi lo sviluppo e la diffusione dei mulini idraulici continuarono la loro parabola ascendente che toccò l’apice nei secoli centrali del Medioevo, quando, per dirla con le parole di Forbes, si ebbe la costruzione di un mulino “per ogni maniero che disponesse di un ruscello” [15] .

2.2 Il Medioevo

“Il Medioevo è caratterizzato non tanto da un progresso generale nella meccanizzazione, quanto dallo sviluppo di un piccolo gruppo di macchine delle quali il mulino è la più importante” [16] .

Seguendo il profilo tracciato dagli studiosi Forbes e Gille, vediamo che dal IV secolo d.C. in poi, le testimonianze relative ai mulini idraulici aumentano consistentemente nel IV e V secolo, segue poi un periodo di stasi che va dal VII al IX secolo.

E’ questo il periodo delle invasioni barbariche e dei disordini, che poco spazio lasciarono alle invenzioni e allo sviluppo della tecnica. Il grande impero di Roma era ormai sgretolato e, in assenza di un forte potere centrale e di un apparato amministrativo efficace, le grandi città caddero in rovina e, di conseguenza, i grandi opifici idraulici, là dove esistevano, furono abbandonati. In Africa ed in Spagna le invasioni e le guerre portarono all’incuria e alla distruzione degli impianti di irrigazione e di approvvigionamento idrico costruiti dai Romani: mancò loro una costante e puntuale manutenzione, vitale per la loro efficienza. Di riflesso i grandi mulini idraulici urbani cominciarono a scomparire, incoraggiando però la diffusione degli stessi impianti produttivi nelle zone rurali. Spesso il mulino idraulico cedette nuovamente il posto al mulino a mano, più adatto alle limitate esigenze di un solo nucleo familiare.

La situazione cambiò nuovamente tra il IX ed il XII secolo, periodo nel quale nuovi elementi favorirono una ripresa ad ampio raggio dei mulini idraulici. Vi fu, infatti, un notevole incremento demografico, sorsero nuove città, aumentò la circolazione monetaria e si svilupparono i rapporti commerciali con l’Oriente. Nelle campagne si ampliarono le coltivazioni e, con la graduale scomparsa della servitù della gleba, un maggior numero di uomini si dedicò a nuove ‘professioni’ e maestranze.

I grandi proprietari terrieri, laici ed ecclesiastici, individuando nelle strutture produttive una nuova e redditizia fonte di guadagno, investirono i loro capitali per l’acquisto o la realizzazioni dei mulini. I proprietari dei terreni dove sorgevano i mulini istituirono i loro diritti su queste strutture, facendone dei beni signorili ed imponendo ovviamente dei balzelli [17] .

Fu così che la maggior parte delle proprietà terriere furono dotate di un mulino, soprattutto nell’Europa settentrionale dove l’abbondanza delle acque ne favorì fortemente lo sviluppo.

Va poi sottolineato che un particolare tipo di accentramento produttivo fu realizzato all’interno dei monasteri i quali, prima di altri, promossero uno sfruttamento completo dell’energia idraulica in genere, non solo per i mulini. Emblematico è a questo proposito un brano trascritto da Gille e tratto dalla Bernardi Vita, scritta nel IX secolo, che illustra l’abbazia di Clairvaux, in Francia:

“Il fiume penetra nell’interno del monastero nella misura che è permessa dal muro di cinta; passa dapprima attraverso il mulino del grano, dove le sue acque sono utilizzate per la macinazione sotto il peso delle mole e per manovrare il fine staccio che separa la farina dalla crusca; quindi le acque affluiscono in un successivo fabbricato e riempiono la caldaia, dove viene bollita la birra per i monaci, qualora se ne ravvisa la necessità in caso di scarsezza di vino. Dopo di ciò il fiume non ha ancora terminato il suo compito, poiché viene fatto passare nelle macchine di follatura che sono sistemate dopo il mulino da grano e, mentre in questo il fiume aveva dato la sua opera per la preparazione del cibo dei confratelli, ora li serve nella produzione dei tessuti. […] Poi il fiume entra nella conceria, dove dedica le sue cure ed il suo lavoro alla preparazione del materiale necessario per le calzature dei monaci; quindi si divide in molti piccoli rivi e passa attraverso vari reparti, giungendo là dove i suoi servigi sono richiesti per qualsiasi scopo: per cucinare, per far girare ingranaggi, per frantumare, innaffiare, lavare, macinare… infine trasporta con sé i rifiuti e lascia tutto pulito” [18] .

Dalla lettura di questo brano si deduce dunque che nel Medioevo la forza idraulica aveva ormai trovato largo impiego. Ai mulini per il grano si erano dunque affiancati quelli per la birra, per le olive, per la follatura, per la concia, per la lavorazione del ferro. Addirittura nella regione francese del Limousin è attestato un mulino adibito contemporaneamente alla molitura del grano, alla follatura della stoffa e alla concia delle pelli. Ben presto, con la nascita e lo sviluppo dei Comuni, ogni città si dotò di mulini in grado di garantirle l’approvvigionamento di farina necessario.

Le grandi città di pianura percorse dai fiumi installarono all’interno stesso del tessuto urbano i loro mulini ( mulini “intra moenia”) ed altre città, impossibilitate a farlo per mancanze di risorse idriche, estesero la loro influenza sulle zone rurali, utilizzando i mulini presenti nel contado circostante.Per avere un’idea della diffusione dei mulini ad acqua nel Medioevo, Forbes elenca alcuni dati [19] .

Sulla riva di un affluente minore della Senna, presso Rouen, vi erano due mulini nel X secolo, cinque nel XII, dieci nel XIII e ben dodici nel XIV. Nel distretto di Forez, all’inizio del XII secolo ce n’era uno solo, ma nel XIII secolo i mulini raggiunsero l’ottantina e gli abitanti di Troyes costruirono ben undici mulini sulla Senna e sul Meldanson tra il 1157 ed il 1191. Si tratta solo alcuni esempi, anche se non dobbiamo dimenticare che questi dati vanno letti, ricordando la diversa disponibilità della documentazione conservatasi.

Bisogna poi ricordare che non esistevano solo i mulini idraulici in pianta stabile, ma anche quelli galleggianti, attestati ad esempio a Parigi e a Torino, e quelli azionati dalle maree. Secondo Gille il mulino galleggiante fu inventato dagli ingegneri di Belisario nel 537. In quell’anno i Goti assediavano Roma e, volendo prendere la città per fame, decisero di bloccare l’approvvigionamento idrico della città, impedendo così il funzionamento dei mulini. Addirittura Procopio attribuisce allo stesso Belisario l’invenzione del mulino galleggiante, collocato su due barche, in mezzo al Tevere.

Non sappiamo se le cose andarono veramente così, ma di certo i mulini galleggianti costituirono spesso una valida alternativa per molte città d’Europa.Venezia, Parigi, Torino, Colonia possedevano di certo mulini di questo genere, come testimoniano sia le fonti documentarie che quelle iconografiche. Nota Gille che, inspiegabilmente, l’unico fiume sul quale fallirono i tentativi di impiantare mulini galleggianti fu il Tamigi.

I mulini a marea, invece, pare che furono utilizzati solo a partire dal XII secolo, ma non ebbero mai una grande diffusione. Nel XIII secolo uno di questi mulini fu costruito a Venezia dove ancora oggi si conserva un disegno di un mulino a marea realizzato, nel 1438, dall’ingegnere Jacopo Mariano [20] .

In breve tempo dunque, il mulino idraulico si diffuse in tutta Europa e la forza idraulica fu vista come una forza motrice, un motore in grado di sprigionare senza la fatica umana, una grande quantità di energia.Si cercarono nuovi accorgimenti tecnici che potessero migliorare il rendimento degli opifici idraulici e lo stesso Leonardo da Vinci, studiando le ruote dei mulini e l’angolo di incidenza dell’acqua, arrivò a formulare il principio della turbina idraulica.

Per quel che riguarda l’aspetto sociale, poiché “l’arnese crea il mestiere” [21] , lo sviluppo dei mulini portò alla formazione di una  vera e propria categoria professionale, i mugnai, la cui corporazione compare per la prima volta a Roma in un’iscrizione del 448 [22] .

Dal punto di vista dell’impatto ambientale, la studiosa Teresa Dunin-Wasowicz, afferma che la costruzione dei mulini idraulici e delle strutture ausiliare adibite alla loro alimentazione costituirono un importante elemento propulsore dell’azione antropica medievale, in relazione ai mutamenti ambientali. La studiosa, infatti, sottolinea come i mulini, eretti sui fiumi dall’uomo del Medioevo, sconvolgessero il naturale stato delle acque nei dintorni. Una parte delle acque del fiume veniva trattenuta da essi oppure, a causa loro, sparsa nei terreni circostanti, aumentandone l’umidità naturale. Inoltre i mulini sconvolgevano la velocità di deflusso delle acque e complicavano la fluitazione della corrente originaria [23] .

Ma al di là delle considerazioni prettamente ‘ambientaliste’, bisogna comunque riconoscere che lo sviluppo e la diffusione dei mulini ad acqua rappresenta una tematica molto importante nell’ambito della storia economica medievale e, al tempo stesso, consente di immergersi appieno nella realtà quotidiana del Medioevo. In questa prospettiva i mulini idraulici calcesani diventeranno come un prisma attraverso il quale cogliere un po’ tutta la realtà economica, sociale ed ambientale di un comune rurale medievale, piccolo sì, ma molto importante per l’economia della vicina città di Pisa.

2.3 Per una storia del mulino attraverso le fonti: le attestazioni letterarie

Nell’ambito della mia ricerca mi è capitato spesso di imbattermi in alcune citazioni letterarie che facevano chiaro riferimento alla macinazione del grano o, più chiaramente, ai mulini idraulici.

Poiché queste attestazioni letterarie sono state spesso per me una valida fonte di informazioni, ho ritenuto utile tracciare una storia del mulino attraverso le testimonianze che gli antichi, direttamente, ci hanno lasciato.

Comincio quest’excursus letterario partendo da un testo che poco ha a che fare con la storia e con i mulini, ma che tuttavia può, ad ogni modo, darci delle notizie interessanti. Mi riferisco alla Bibbia, un testo molto antico, che certo non può definirsi storico, ma che per molti aspetti è uno specchio fedele della civiltà ebraica più antica e di quella della più remota Cristianità.

Anche nella Bibbia ritroviamo, infatti, delle attestazioni relative alla macinazione dei cereali.

In Esodo XI, 5 si ha: “Et morietur omne primogenitum in terra Aegyptiorum, a primogenito Pharaonis, qui sedet in solio eius, usque ad primogenitum ancillae, quae est ad molam”. Questo passo è sicuramente una testimonianza della posizione occupata dalla schiava ‘macinatrice di grano’: ella, infatti, viene presa come esempio dello strato più basso della società. Per indicare la morte di tutti i primogeniti l’autore usa, infatti, i due estremi della società egiziana: sul gradino più alto il Faraone, seduto sul trono, su quello più basso la schiava addetta alla frantumazione dei cereali.

In Numeri XI, 8, ritroviamo attestazioni relative agli strumenti utilizzati per la macinazione del grano. In riferimento alla manna piovuta dal cielo si legge: “Circuibatque populus, et colligens illud frangebat mola, sive terebat in mortaio, coquens in olla et facies ex eo tortulas saporis quasi panis oleati”. Si parla dunque della manna, ridotta a farina con le macine, pestata nel mortaio e poi cotta nelle pignatte. 

Ed ancora, in Deuteronomio XXIV, 6: “Non accipies loco pignoris inferiorem, et superiorem molam: quia animam suam opposuit tibi”. Questo passo testimonia che in ogni casa c’era un mulino a mano ed il compito di macinare era affidato alle persone più umili. Ma la legge ebraica non voleva che, dovendo esigere un pegno da qualcuno (“non accipies loco pignoribus”), gli si togliesse la macina poiché ciò significava renderlo schiavo, completamente dipendente da altri per poter vivere. Si noti inoltre l’indicazione relativa alle due parti che formano la macina (“inferiorem et superiorem”) e che dovevano necessariamente agire insieme.

In Giudici XVI, 21, riferito a Sansone, catturato dai Filistei si legge: “Quem cum apprehendissent Philisthiim, statim eruerunt oculos eius, et duxerunt Gazam vinctum catenis et clausum in carcere molere fecerunt”. Si ritrova qui una descrizione realistica del ‘pristino’, o ‘mulino a braccia’, le cui mole erano azionate dagli uomini, schiavi o prigionieri (“victum catenis et clausum carcere molere fecerunt”). Il passo biblico ricorda poi che, spesso, a coloro che erano condannati a girare la macina venivano cavati gli occhi (“eruerunt oculos eius”) affinché le vertigini non impedissero il lavoro.

In Isaia XLVII, 2: “Tolle molam et mole farinam, denuda turpitudinem tuam, discooperi humerum, revela crura”. Il passo in esame si riferisce alla profezia della caduta di Babilonia ed il profeta, rivolgendosi ad una nobile e ricca donna, l’ammoniva ad abbandonare la sua superbia poiché presto sarebbe diventata schiava. Per illustrarle dunque la sua situazione futura, il profeta le descriveva gli aspetti più umilianti della condizione servile e, tra essi, il primo era proprio quello di dover ‘girare la mola’. Seguivano l’umiliazione della tonsura (“turpitudinem”), praticata dai padroni sia agli schiavi sia alle schiave, e l’avere costantemente le braccia e le gambe scoperte, pronte a ricevere i colpi del padrone.

Ed ancora, in Matteo XXIV,41, sempre per indicare le schiave più umili: “ Due molentes in mola, una assumetur et una relinquetur”.

In Marco IX,41 poi si legge: "Et quisquis scandalizaverit unum ex his pusillis credentibus in me, bonum est ei magis, si circumdaretur mola asinaria collo eius, et in mare mittetur". Sempre nello stesso paragone , in Luca XVII,2, si trova la definizione di “lapis molaris”.  Evidentemente i due evangelisti conoscevano bene la struttura di un mulino a cavalli e ne evidenziavano la pesantezza della mola.

Passando al mondo greco, la prima attestazione di un mulino si ha in riferimento alle opere pubbliche promosse dal tiranno Policrate di Samo. Aristotele attribuisce proprio a Policrate alcune importanti opere pubbliche (Polykràteia erga), ricordate tra i “più grandi monumenti di tutta la Grecia”. Tra questi compariva un mulino lungo due stadi che si ergeva in mezzo al mare [24] .

Di questo mulino purtroppo non sappiamo nulla di più preciso, ma la precocità dell’attestazione è sorprendente.

Nel mondo romano, invece, numerose sono le attestazioni relative ai mulini. Seguendo un ordine cronologico, troveremo la prima attestazione proprio nell’epigramma di Antipatro, già citato nell’introduzione [25] , che molti datano in età Augustea, attorno al 50 a. C. Sempre nello stesso periodo, il giurista romano Trebazio (50-20 a.C.), elencando i corredi necessari per le ville rurali, non parla di mulini, ma di “molitores”. Egli indica che non sono più le donne ad occuparsi della frantumazione dei cereali, ma “molas et machinas, asinum machinarium, machinam frumentariam” [26] .

Sempre all’età Augustea appartiene la testimonianza di Vitruvio che descrive dettagliatamente l’apparecchio dandogli però un nome greco, “hydraletes” [27] . Questo potrebbe indicare che il mulino ad acqua era nato forse nella parte orientale del bacino del Mediterraneo, da dove poi si sarebbe diffuso verso ovest in tutta Europa. Vitruvio parlava del mulino a proposito delle macchine per attingere acqua ed elencava in successione cronologica le seguenti macchine: ruote con bacinelle azionate con i piedi, ruote con bacinelle fornite di pale mosse dalla corrente ed infine la ruota del mulino. Questo potrebbe suggerire un’evoluzione della ruota idraulica, nata, forse, per essere usata nell’irrigazione dei campi.

Plinio ricordava le ruote dei mulini sui corsi d’acqua d’Italia dimostrando come essi si fossero diffusi velocemente. Egli, infatti, affermava che molti usavano il semplice pilo (“nudo utitur pilo”), ma altri usano delle ruote idrauliche (“rotis etiam quas aqua verset obiter”) e una “mola” [28] .

Strabone, verso il 18 a. C., ricordava il mulino del palazzo di Mitridate a Cabira, nel Ponto. Questo mulino, fu costruito probabilmente contemporaneamente al palazzo e risalirebbe dunque ad un periodo compreso tra il 120 ed il 63 a. C.

Svetonio invece ci dà una testimonianza ‘controcorrente’: quando Caligola requisì tutti i cavalli di Roma, venne a mancare il pane perché non c’era la possibilità di produrre farina [29] .

Ciò testimonierebbe che, ancora in questo periodo, i mulini di Roma erano quasi tutti azionati dalla forza animale. Bisogna aspettare il II-III secolo d. C. per avere altre notizie relative alla diffusione dei mulini.

 Nel Digesto di Ulpiano (211d.C.) si ha testimonianza proprio della regolamentazione sul diritto alle acque per la costruzione dei mulini [30] .

Nel IV secolo d. C., invece, la presenza di mulini ad acqua in Gallia è testimoniata da Ausonio che ricorda come i primi mulini idraulici della zona fossero quelli alimentati da un piccolo affluente della Mosella [31] . Sempre ad Ausonio si deve l’attestazione di un ulteriore utilizzo della forza idraulica: la sega idraulica, attestata nel III secolo ed usata per il marmo [32] .

Ancora del IV secolo d.C. sono le testimonianze relative ai mulini si ritrovano nell’editto di Diocleziano (301 d.C.) [33] nel quale veniva fissato il prezzo dei mulini ad acqua (mulos udraletikos) comparandolo con quello dei mulini a forza animale e delle macine manuali.

Secondo quest’editto il mulino ad acqua valeva 2.000 denari, quello a forza animale 1250 denari se si trattava di un asino, oppure 1500 se si trattava di un cavallo. Infine, il mulino “manuale” valeva solo 250 denari. Facendo i conti, un mulino ad acqua valeva 1,5 volte un mulino a trazione animale e ben otto volte quello manuale.

Sempre nel IV secolo, Palladio parlava dei mulini utilizzanti l’acqua delle terme in una villa rurale che frantumavano il grano “sine animalium vel hominem labore” [34] .

Nell’Historiarum Compendium, il persiano Metrodoros, nel corso di un viaggio in India, al tempo di Costantino, vi avrebbe costruito dei mulini ad acqua “sino ad allora ignorati dai Bramini” [35] .

Risale al IV secolo anche la famosa iscrizione di Orcisto, datata al 325 circa, con la quale, gli abitanti di una cittadina della Frigia, pretendevano lo status di civitas, adducendo come valida motivazione che essi disponevano di un corso d’acqua sufficiente ad alimentare i numerosi mulini della zona. Infatti, si legge: “ex decursibus praeterfluentum aquarum aquimolarum numerum copiosum” [36] .

Nel 398, invece, l’editto di Onorio ed Arcadio, stabiliva le norme per regolare gli abusi e le deviazioni delle acque dei mulini [37] .

Nel V secolo d.C., la prima attestazione si ha in Cassiano che paragona il movimento dell’anima a quello della macina trascinata dall’acqua [38] , “quas meatus aquarum praeceps impetu rotante provoluit”.

Al V secolo risale anche la più antica testimonianza relativa alla corporazione dei mugnai, datata al 448 [39] . Inoltre si data al 450 la prima attestazione dei mulini in ambito prettamente religioso. Si tratta di un passo della “Vie des péres du Jura” che mostra tutta una serie di accorgimenti tecnici per la realizzazione di un mulino idraulico [40] .

Dal VI secolo in poi, le testimonianze letterarie aumentano notevolmente. Cassiodoro, ad esempio, attribuisce al numero dei mulini presenti a Roma il compito di ‘indicatori’ della crescita demografica della città negli ultimi anni [41] . Sempre Cassiodoro allude alle numerose deviazioni delle acque per la servitù dei mulini [42] ed in un’altra sua opera, il Vivarium, si dilunga sul possibile uso delle acque dei fiumi per i mulini dei monasteri.

Procopio, nel De bello gotico, ricorda i mulini del Gianicolo e l’esperienza del mulino natante sul Tevere [43] .

Anche Gregorio di Tours, nell’Historia Francorum, alludeva ai mulini ad acqua di Digione, considerandoli però qualcosa di eccezionale. Egli ricorda, infatti, come ancora alla fine del VI secolo, nella villa regia di Marlenheim (Alsazia), c’erano ancora delle donne addette alla macinazione del grano [44] .

Nel VI secolo si occupò dei mulini anche la Lex Salica nella quale si tratta “De furtis in molino” e si legge: “Si quis homo ingenuos in molino alieno annona furaverit, mallobergo anthedio hoc est, cui molinus est sunt [dinarii DC qui faciunt] solidos XV culpabilis iudicetur” [45] .

Cesare di Arles, vissuto nel VI secolo, stabiliva un paragone molto particolare tra i moti dell’animo e i movimenti dei mulini: “Mens nostra quasi molendinum…, similitudinem illarum molarum habere videtur, quae igitur aquarum impulsione vertuntur, et quo modo illae otiosae esse non possunt, ita et humanae mentes numquam omnino requiescunt” [46] .

Sempre al VI secolo  risale la regola di San Benedetto (540), molto importante per la storia dei lavori riguardanti l’idraulica.

Nel XVI capitolo della regola si raccomanda di collocare “infra monasterium” tutto quello che è necessario ad esso, citando come cose essenziali “aquas, molendinum, hortum,vel artes diversas” [47] .

Le testimonianze potrebbero essere ancora molte, ma queste bastano a farci capire che la produzione della farina è un problema antico quanto l’uomo. E’ dunque logico pensare che il mulino ad acqua fu di certo un passo rivoluzionario nell’ambito della tecnica antica.

 



[1] R.J. Forbes, Prima evoluzione delle tecniche di frantumazione, p. 110.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem, p.111.

[4] Forbes, op. cit., p. 114.

[5]   Ibidem.

[6] Bloch, Avvento e conquista del mulino ad acqua, p. 74.

[7] Strabone, XII, 556.

[8] Forbes, op. cit, p.606.

[9] Ibidem.

[10] Ibidem, p. 608.

[11] Amouretti, Barbegal de l’histoire dee fouilles à l’histoire des moulins,  p. 135.

[12] Forbes, op. cit., p 6o9.

[13] Forbes, op. cit., p. 614.

[14] Bloch, op. cit., p. 87.

[15] Forbes, op. cit, p. 612.

[16] Gille, Macchine, p. 659.

[17] Per quel che riguarda gli aspetti prettamente giuridici ed economici relativi alla gestione dei mulini nel Medioevo rimando al V capitolo di questa tesi.

[18] Gille, op. cit., p.660.

[19] Forbes, op. cit, p. 616.

[20] Forbes, op. cit., p. 621.

[21] Bloch, op. cit., p. 79.

[22] Ibidem.

[23] Dunin-Wasowicz, Uomo ed ambiente naturale nell’Europa centrale medievale, p.23.

[24] Mossé, Schnapp-Gourbeillon, p.185.

[25] Vedi p. 4.

[26] Lohrmann, Travail Manuel et machines hydrauliques avant l’an Mil.

[27] Vutruvio, X, 257.

 

[28] Plinio, XVIII, 23.

 

[29] Svetonio, Caligola, 39.

[30] Ulpiano, Digesto, XXXIV, 2, 24.

[31] Ausonio, Mosella,V. 362/363.

[32] Ibidem.

[33] Editto di Diocleziano, 15, 54.

[34] Palladio, Opus agriculturae, I, 43.

[35] Historiarum Compendium, p. 516.

[36] Chastagnol, L’inscription constantinienne d’Orcistus,  p.406-409.

[37] Codex Theod. XIV , XV, 4.

[38] Cassiano, Collatio, I, 18.

[39] Vedi p. 72.

[40] Vies des péres de Jura , ed. Martine, Paris, 1968, p. 296-302.

[41] Cassiodoro, Varia, XI, 39, 2.

[42] Ibidem, III, 31.

[43] Procopio, De bello gotico, V, 19.

[44] Bloch, op. cit., p. 100.

[45] Lex Salica,  XXII, 2.

[46] Cesare di Arles, Sermones, VIII, 4.

[47] Regola di San Benedetto, cap. XVI.