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Didattica

Fonti

Antologia delle fonti bassomedievali

a cura di Stefano Gasparri,
Andrea Di Salvo e Fiorella Simoni

© 2002 – Stefano Gasparri per “Reti Medievali”


IV
I Regni normanni
Sicilia e Inghilterra

10. I figli di Guglielmo I: Guglielmo Rufo e la politica ecclesiastica dei re normanni
(A) Eadmero di Canterbury, Storia dei recenti avvenimenti di Inghilterra, RS 81, pp. 29-30, 32, 48-50.
(B) …
(C) Sugeri di Saint-Denid, Vita di Luigi VI, 1.

Nel conflitto tra Harold e Guglielmo il papa Alessandro II (1061-1073) aveva accordato la sua benedizione alle schiere normanne. Guglielmo, che sembrava offrire alcune garanzie per la causa della riforma ecclesiastica [cfr. capitolo 2] rispose però solo in parte alle aspettative romane. In stretta collaborazione con Lanfranco di Pavia, arcivescovo di Canterbury dal 1070 al 1089, il re si adoperò infatti per introdurre disciplina ed ordine nella vita ecclesiale del regno, ma si riservò il tradizionale ruolo regio nell'investitura dei vescovi e seguì impunemente, in piena età gregoriana, una politica ecclesiastica che si opponeva con forza alla supremazia che altrove il papa veniva rivendicando per la chiesa di Roma. L'atteggiamento sostanzialmente dispotico della nuova regalità normanna nei confronti della chiesa non suscitò inizialmente rilevanti reazioni nel clero, per lo più di origine normanna e schierato con la nuova dinastia.
Ma dal punto di vista sia della prassi che della ideologia la situazione si aggravò durante il regno di Guglielmo Il Rufo (1087-1100), la cui avidità nel voler disporre dei beni delle diocesi e delle abbazie vacanti (la stessa sede di Canterbury rimase senza titolare dal 1089 al 1093) compromise anche le riforme attuate da Guglielmo I. D'altro canto il nuovo arcivescovo di Canterbury, Anselmo d'Aosta (1093-1109), si mostrava assai più recettivo del proprio predecessore alle istanze riformatrici in senso romano. Tra il re e l'arcivescovo si sviluppò così un grave conflitto (protrattosi anche durante il regno di Enrico I) sul quale ci informa diffusamente il monaco di Canterbury Eadmer (cr. 1060-1130), autore, tra l'altro, di due opere intitolate Historia novorum in Anglia e Vita Anselmi, dalle quali riportiamo qui alcuni passi (A e B). Con il regno di Enrico le tensioni tra la chiesa ed il sovrano si risolsero però in un compromesso secondo lo spirito di Chartres [cfr. capitolo 17,11]. Come solo capro espiatorio della politica ecclesiastica normanna, agli occhi del clero, rimase dunque la figura di Guglielmo Rufo, la cui morie in un incidente di caccia venne unanimemente salutata da sostenitori e avversari della regalità normanna come effetto deI giudizio di Dio. In proposito riportiamo un passo dalla Vita Ludovici Grossi regis (C) scritta dall'abbate francese Sugeri di Saint-Denis (m. 1151), che ci offre anche notizie sulle lotte in corso tra Francia ed Inghilterra.


(A) Nel frattempo i più illustri personaggi del regno erano convenuti secondo il solito alla corte regia per la Natività del Signore, ed in quella circostanza i migliori tra loro unanimemente deplorarono tra sé le condizioni della chiesa madre del regno [1], che priva del suo pastore da lungo tempo sopportava inaudite vessazioni. Su questo argomento presero allora la decisione di rivolgersi con una supplica al re perché permettesse (ciò forse apparirà strano ai posteri) che nelle chiese di Inghilterra si pregasse Dio affinché per sua pietà ispirasse il re che con un degno pastore sollevasse da tanta rovina quella chiesa e, per suo tramite, anche tutte le altre. Gli rivolsero quindi tutti insieme questa richiesta ed egli, benché ne fosse non poco indignato, permise che si facesse ciò che chiedevano affermando che, qualunque cosa la chiesa desiderasse, egli non avrebbe certo trascurato di esaudirne i desideri. Ricevuta questa risposta, i vescovi che dovevano occuparsene interpellarono Anselmo [2], ed a stento, con molte suppliche, riuscirono ad ottenere da lui che disponesse come dovesse essere organizzata e predisposta ogni cosa per quanto concerneva la preghiera. Egli, come abbate, non voleva trovarsi al di sopra dei vescovi su una tale questione. Fu però costretto, conformemente ai superiori interessi della chiesa, ed insegnò allora a tutti come si dovesse pregare. L'intera nobiltà del regno, lì convenuta, lodò la profondità e la perspicacia del suo animo, dopodiché la corte si sciolse ed ognuno tornò alla sua sede. In tutte le chiese di Inghilterra si tennero le preghiere stabilite. Intanto avvenne che un certo giorno uno dei signori si intrattenesse familiarmente con il re, e venendo il discorso, come capita, su questo argomento, gli dicesse tra l'altro così: “Non abbiamo mai incontrato un uomo che avesse tanta santità quanta certamente ne possiede l'abbate di Bec, Anselmo. Egli non ama nulla tranne Dio; a nulla egli aspira come tutto il suo contengo dimostra di ciò che è transitorio”. Al che il re ridendo: “A nulla certo, neppure all'arcivescovato di Canterbury”. E siccome l'altro rispondeva: “A quello poi meno che a ogni altra cosa, secondo ciò che io e molti altri pensiamo”, il re giurò che si sarebbe precipitato ad afferrarlo con le mani ed i piedi, se avesse avuto idea di potervi aspirare. E aggiunse: “Ma, per il Santo Volto di Lucca [3], così infatti era solito giurare, in questo tempo né lui né nessun altro, me eccettuato, sarà arcivescovo”. Sull'istante, mentre diceva questo, lo colse una malattia che lo costrinse a letto, e che crescendo di giorno in giorno lo portò quasi a morte.
Un certo giorno si recò da lui come era solito fare, e sedendoglisi accanto prese a dirgli: “Mio re e signore, tu hai deciso di attraversare il mare e di assoggettare al tuo potere la Normandia [4]. Perché questo ed ogni altro tuo desiderio vadano a buon fine, io ti prego di dare prima il tuo aiuto e consiglio in modo che in questo tuo regno la cristianità, che è quasi annientata, possa essere ricondotta alla originaria condizione”. Rispose: “Che aiuto, che consiglio?”.

[Anselmo chiede che vengano convocati concili contro la corruzione dei costumi, le nozze illecite, la sodomia, ma il re si rifiuta di discuterne]

Egli allora tacque, ma presto passò a toccare altri argomenti dicendo: “C'è un altro problema su cui vorrei che tu applicassi la tua sagacia, per dispiegare poi l'offerta del tuo consiglio. In questo paese vi sono moltissime abbazie prive del loro pastore. Per questo i monaci abbandonano il loro ordine, si perdono nelle dissipazioni del mondo e passano poi da questa vita senza confessione. Allora ti suggerisco, ti supplico, ti ammonisco, che tu esamini attentamente una questione di così grande importanza, e secondo la volontà del Signore provveda a dare abbati a quelle abbazie, così da non attirare su di te – non sia mai! – la dannazione per aver mandato in rovina i monasteri e per aver provocato la perdizione dei monaci”. Allora il re, infuriato, non riuscì a trattenersi e disse: “E tu che c'entri? Non sono forse mie quelle abbazie? Ma come, tu disponi a piacimento dei tuoi manieri, ed io non dovrei fare quello che voglio delle abbazie mie?”. Ed egli: “Tue, certo, ma tue perché come avvocato tu le difenda e le custodisca, e non tue perché te ne impadronisca e le saccheggi. Noi sappiamo che esse sono di Dio, perché i suoi ministri possano ricavarne di che viverci, e non perché servano a finanziare le tue spedizioni e le tue guerre. Infine hai manieri e redditi di ogni genere coi quali provvedere completamente alla tue necessità. E dunque, se ti aggrada, lascia alle chiese ciò che loro appartiene”. “Certamente rispose quello, tu sai che mi stai dicendo cose che mi sono profondamente ostili. Mai, a nessun patto, il tuo predecessore avrebbe osato dirle a mio padre, ed io non farò nulla a tuo favore”. Allora Anselmo comprese che stava parlando al vento, si alzò ed andò via.

[Permane la tensione con il re che nel frattempo compie una infruttuosa spedizione in Normandia. Al suo ritorno riprendono i contatti]

Mentre si trovava nella città chiamata Ilingeham, Anselmo si recò da lui e gli manifestò la sua volontà di andare a Roma a chiedere il pallio al pontefice romano. Al che il re: ”Ed a quale papa lo vuoi chiedere?”. In quel tempo si sapeva in Inghilterra che ad essere considerati pontefici erano in due, i quali, in lotta tra loro, coinvolgevano nella loro lotta la chiesa di Dio: erano Urbano, cioè Oddone vescovo di Ostia, e Clemente, cioè Guiberto arcivescovo di Ravenna [5]. Per tacere delle altre parti del mondo, questa vicenda per molti anni aveva tanto angustiato la chiesa inglese, che dalla morte di Gregorio già Ildebrando di beata memoria, fino a questo tempo, non aveva mai voluto in alcun modo obbedire ad un papa. Ma Urbano era già stato riconosciuto come vicario di san Pietro dall'Italia e dalla Francia, e Anselmo, come abbate in Normandia, lo aveva pure riconosciuto, ed essendo famosissimo e di grande autorità ne aveva ricevuto lettere, cui aveva risposto come al sommo pastore della santa chiesa. Dunque alla domanda del re, da quale papa volesse richiedere il pallio, egli rispose: “Da Urbano”. Al che il re disse che non lo aveva ancora riconosciuto come papa, e che non era mai stata consuetudine sua né di suo padre che in Inghilterra si riconoscesse un papa senza la sua decisione ed il suo consenso, e chiunque volesse strappargli quella prerogativa onorifica era come se tentasse di strappargli la corona.

Eadmero di Canterbury, Storia dei recenti avvenimenti di Inghilterra, RS 81, pp. 29-30, 32, 48-50.

[1] Canterbury.
[2] Anselmo, allora abbate del monastero di Bec, in Normandia, si trovava in Inghilterra per la fondazione del monastero di Chester, dipendente da Bec.
[3] Antico crocifisso bizantino in legno nero, che ancora si trova nella basilica di S. Martino in Lucca. È ricordato da Dante, Inf. XXI, 48.
[4] Tra il febbraio ed il marzo 1094 il re si fermò ad Hastings in attesa di passare la Manica, in uno dei numerosi tentativi di impadronirsi della Normandia.
[5] Clemente III (1080-1100) era stato eletto papa nel 1080, per volontà dell'imperatore Enrico IV, mentre era ancora in vita Gregorio VII (m. 1085). Urbano Il era stato eletto nel 1088.


(B) Quando Anselmo si trovò finalmente fuori dall'Inghilterra provò una gioia immensa e ringraziò Dio più volte perché gli sembrava di essere uscito dall'enorme fornace di Babilonia [1] e di avere raggiunto, in un certo senso, l'apice della tranquillità e della pace. Ma il re Guglielmo, non appena udì che Anselmo era riuscito a passare lo stretto, comandò immediatamente che fossero trasferite sotto il suo dominio tutte le sue precedenti proprietà, ed abrogate tutte quelle disposizioni per cui poteva essere indicato come promulgatore dal momento in cui era diventato arcivescovo. E vi dico che è difficile immaginare, e tanto più spiegare a parole, quali tribolazioni subì poi la chiesa di Cristo sia al suo interno che nelle sue proprietà.

[Anselmo a Roma è trattenuto da papa Urbano Il per partecipare al Concilio Vaticano del 1099].

Quando si giunse al preannunciato concilio ed ormai sembrava che tutti gli emendamenti e le disposizioni fossero stati approvati, il papa, appoggiato dall'intero concilio, pronunciò sentenza di scomunica tanto contro i laici che conferivano le investiture ecclesiastiche, quanto contro coloro che le avessero ricevute dalle mani di questi ultimi. Con lo stesso verdetto condannò anche chi consacrasse qualcuno che avesse conseguito in questo modo la propria dignità.

[Dopo lo scioglimento del concilio Anselmo lascia Roma per recarsi a Lione].

In seguito vennero da Anselmo due dei suoi monaci per annunciargli la morte del re Guglielmo. In effetti il due di agosto, il secondo giorno dopo la prima visione che ho detto poco fa essere apparsa a Lione, ed il primo dopo la seconda [2], il re andò a caccia di buon mattino in un bosco e qui, colpito al cuore da una freccia, morì sul colpo. Alla notizia Anselmo restò molto sorpreso, poi scoppiò in un pianto accorato. Nel vedere questa scena restammo particolarmente stupiti. Ma mentre i singhiozzi gli impedivano di parlare, egli affermò che se fosse stato possibile, avrebbe di gran lunga preferito subire in prima persona quella morte al posto del re. Ritornammo dunque a Lione ed ecco che si fecero incontro ad Anselmo uno dopo l'altro dei messaggeri e gli consegnarono delle terre con le preghiere rivoltegli dalla chiesa madre d'Inghilterra per conto del nuovo re Enrico succeduto al fratello, e perfino per conto dei baroni, i quali lo esortavano con insistenza ad affrettarsi a tornare, asserendo che l'intera nazione era in effervescenza per il suo arrivo e che tutte le questioni del regno rimaste in sospeso dipendevano dalla sua volontà. Come Anselmo ricevette queste notizie, si mosse rapido verso l'Inghilterra.
Ma quando arrivò presso il re a Salisbury [3], e lo informò chiaramente di quello che aveva udito al concilio di Roma a proposito delle investiture ecclesiastiche, il re, rabbuiandosi, rimase molto contrariato e non volle affatto dipendere dalla volontà di Anselmo, come i messaggeri avevano detto. Comunque, chi volesse conoscere qualcosa sulle trattative che nell'arco di due anni e mezzo ebbero luogo tra di loro sulla vicenda, quante minacce e quali tribolazioni Anselmo abbia subito, e come per due volte furono mandati a Roma dei messaggeri per modificare i decreti, ed a che risultato approdarono, dovrebbe leggere l'opera accennata nel prologo di questo libretto, e lì a mio avviso, troverà i singoli punti sviluppati per esteso [4].

[1] Cfr. Dan. 3. La partenza avvenne nell'ottobre 1097.
[2] Nei capitoli precedenti l'autore aveva narrato di una profezia dell'abbate Ugo di Cluny e di due visioni apparse a chierici del seguito di Anselmo, tutte relative ad una morte imminente del re Guglielmo II.
[3] L'incontro ebbe luogo il 29 settembre 1100.
[4] Allude alla Historia novorum.


(C) Guglielmo, re di Inghilterra, cavaliere esperto, avido di gloria e ambizioso, aveva avuto la fortuna di succedere al padre, Guglielmo, privando dell'eredità il fratello maggiore, Roberto. E dopo che questi era partito per Gerusalemme aveva ottenuto anche il ducato di Normandia, e poiché il ducato si estende ai confini del regno, cercava di contrastare in tutti i modi il giovane e famoso principe [1]. Nella loro lotta apparvero simili e diversi: simili. perché nessuno cedeva all'altro; diversi, perché l'uno era un uomo maturo, l'altro un giovinetto, l'uno ricco, prodigo dei tesori di Inghilterra, praticava a meraviglia l'arte di acquistare ed assoldare armati, l'altro privo di mezzi, parco nell'attingere alle risorse dei regno patrio, raccoglieva un esercito solo grazie alle proprie qualità ed opponeva una coraggiosa resistenza. Avreste potuto vedere quell'audace giovane attraversare di volata, con un pugno di cavalieri, i confini del Berry, dell'Alvernia, della Borgogna, rientrare con altrettanta velocità nel Vexin se veniva a sapere che il suo ritorno era necessario, con trecento o cinquecento cavalieri fare eroicamente fronte al re Guglielmo che ne aveva diecimila, ritirandosi o mettendolo in fuga secondo le alterne sorti della guerra.[…] Si diceva abitualmente che quel re orgoglioso ed aggressivo aspirasse alla corona di Francia poiché il giovane e famoso principe era il solo figlio che il padre [2] avesse avuto dalla sua nobilissima sposa, sorella del conte Roberto di Fiandra. Gli altri due figli, Filippo e Florio, erano nati dalla contessa di Angiò, Bertrada, con la quale, benché già maritata, egli aveva vissuto in concubinaggio [3], e dunque non li si considerava possibili successori nel caso che, per una qualche disgrazia, fosse venuto a morire per primo. Ma poiché non è né permesso né lecito che i Francesi siano sottomessi agli Inglesi, né gli Inglesi ai Francesi, il caso frustrò quella ripugnante speranza. Dopo aver tormentato per più di tre anni sé ed i suoi con le sue folli aspirazioni, vedendo che non arrivava a nessun risultato né con gli Inglesi né con i Francesi che gli erano legati per omaggio [4], alla fine abbandonò l'impresa. Passò allora in Inghilterra dove si abbandonò alle sue lascivie ed ai suoi capricci finché un giorno, mentre era a caccia nella Nuova Foresta, fu inopinatamente colpito da una freccia e morì. In quella morte si è voluto vedere l'effetto della vendetta divina, con il valido argomento che il re si era mostrato oppressore dei poveri, che sottoponeva la chiesa ad esazioni crudeli, e che alla morte di vescovi e prelati incamerava e dissipava i loro beni senza riguardo alcuno. Alcuni accusavano un nobile, Gualtiero Tirel, di aver tirato la freccia fatale [5]. Ma noi abbiamo più volte udito questo Tirel, che non aveva motivo di temere o sperare alcunché, affermare con giuramento che quel giorno non si era recato nella parte della foresta dove il re stava cacciando, e che non aveva visto affatto il re. Da qui appare evidente che l'annientamento così repentino di un tale folle progetto di un uomo così importante non può essere ascritto che alla divina potenza, onde chi tormentava gli altri senza ragione venisse sottoposto a più crudele tormento, e chi aspirava a tutto venisse ignominiosamente privato di ogni cosa. I regni, e i diritti dei regni, sono infatti sottomessi a Dio, che scioglie i cingoli dei re.

Sugeri di Saint-Denid, Vita di Luigi VI, 1.

[1] Luigi VI, nato nel 1081, ed erede al trono di Francia, aveva ricevuto dal padre, Filippo I, le signorie di Nantès e Pointoise e la contea di Vexin. Nel 1098 era alla testa delle forze del Vexin per una campagna difensiva contro Guglielmo II di Inghilterra.
[2] Il re di Francia, Filippo I (1060-1108).
[3] Nel 1092 Filippo I ripudiò Berta di Fiandra e si unì con Bertrada di Montfort, moglie di Folco IV Rechin, conte di Angiò.
[4] I Normanni.
[5] Questa versione dei fatti è riportata, ad esempio, da Orderico Vitale e Guglielmo di Malmesbury.

 

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