Fonti
Antologia delle fonti bassomedievali
a cura di Stefano Gasparri,
Andrea Di Salvo e Fiorella Simoni
© 2002 – Stefano
Gasparri per “Reti Medievali”
2. Gli Altavilla e gli inizi del Giuscardo (A) Goffredo Malaterra,
Le gesta di Ruggero conte di Calabria e Sicilia, RIS2 5/1, 1, 4-6. (B) Amato di Montecassino,
Storie dei Normanni, FSI 76, II, 29, 31. (C) Amato di Montecassino,
Storie dei Normanni, FSI 76, 11, III, 8-9. (D) Goffredo Malaterra,
Le imprese di Ruggero conte di Calabria e Sicilia, RSI2 5/1, 9, 16. (E) Anna Comnena,
Alexiade, PG 131, I, 10.
Goffredo Malaterra, monaco normanno trasferitosi nell'Italia meridionale,
nel narrare la storia della vita di Ruggiero I (A) dà giusto spazio alle
origini familiari del protagonista, delineando l'immagine encomiastica
ma efficace degli Altavilla, i discendenti di Tancredi, cavaliere normanno
oppresso da una famiglia troppo numerosa e troppo ricca di eredi maschi.
In effetti è indubbio che il sovrappiù demografico del ceto cavalleresco
abbia offerto il materiale umano indispensabile alle imprese normanne;
nel caso degli Altavilla provocò, in tempi diversi, il trasferimento in
Italia di alcuni dei massimi protagonisti della conquista: da Roberto
il Guiscardo – di cui diamo anche l'ammirato ritratto lasciatoci dalla
princilpessa bizantina Anna Comnena (E) – a Ruggero I, il “gran conte”
(padre del futuro re di Sicilia Ruggero ll), a Guglielmo Braccio di Ferro
– nominato nel 1041 conte di Melfi, nuovo nucleo territoriale normanno
(B) –, a Drogone. Proprio a quest'ultimo si rivolse, qualche anno dopo,
il Guiscardo appena arrivato in Italia (1047), per essere aiutato nei
primi tempi della sua avventura nella penisola (C). Ma l'appoggio di Drogone
fu scarso, e gli inizi di Roberto furono durissimi; finché, ottenuto dal
fratello un castello a Scribla, nella valle del Crati, poté mostrare tutte
le sue doti di predone saccheggiando gli abitanti della Calabria bizantina
(D).
(A) C'era un cavaliere di stirpe
assai illustre chiamato Tancredi, che possedendo per diritto ereditario
questa villa lasciatagli dai suoi antenati [1],
prese in moglie una donna di nome [Moriella], splendida per costumi e
per stirpe, dalla quale in giusto volger d'anni ebbe cinque figli, che
poi furono conti: e cioè Guglielmo, soprannominato Braccio di ferro, Drogone,
Unfredo, Goffredo e Serlone. Morta la loro madre, poiché l'età ancor verde
negava al padre la continenza, quest'uomo onesto detestando gli amplessi
disonesti, contrasse nuove nozze, preferendo esser contento di una legittima
piuttosto che macchiarsi del lercio amplesso delle concubine, memore di
quel detto apostolico: ognuno prenda moglie per evitare la fornicazione,
con quel che segue: Dio giudicherà fornicatori ed adulteri [2].
La sposa si chiamava Frensenda, non inferiore alla prima per sangue e
costumi, e nei termini legittimi generò al marito sette figli, di valore
e dignità non inferiore ai fratelli predetti; e qui elenchiamo i loro
nomi: primo Roberto, detto fin dalla nascita Guiscardo, che fu poi principe
di tutta la Puglia e duca di Calabria, uomo di grande consiglio, ingegno,
larghezza e audacia; secondo Malgero, terzo Guglielmo, quarto Alveredo,
quinto Uberto, sesto Tancredi, settimo Ruggero, il minore, in seguito
conquistatore della Sicilia e conte. La madre, allevando i suoi figli
con gran cura e materno affetto, trattava con tanto amore anche quelli
che non erano suoi, ma del marito, nati dalla moglie precedente, che se
non l'avessi saputo per qualche motivo, non avresti distinto qual era
suo figlio, quale no; e perciò era più amata dal marito e più stimata
dai vicini. I ragazzi, passati gli anni dell'infanzia, ed essendo, secondo
che forniva l'età, entrati uno dopo l'altro nell'adolescenza, presero
a praticare discipline guerresche, a dedicarsi all'esercizio dei cavalli
e delle armi, imparando a difendersi e ad assalire il nemico.
Ma vedendo che alla morte dei vicini anziani, gli eredi litigavano per
l'eredità, e i beni che prima erano stati di un solo, divisi tra molti
non bastavano a nessuno, presero a consigliarsi tra loro, perché in futuro
non dovesse accadergli lo stesso. E così, per decisione unanime, come
la giovinezza rese i primi più robusti di quelli ancor piccoli, usciti
per primi dalla patria, cercando in diversi luoghi guadagno militare,
finalmente, guidati da Dio, arrivarono in Puglia, provincia d'Italia.
Sentendo poi che per l'insorgere di certe controversie ardeva inimicizia
tra due famosissimi principi, il capuano ed il salernitano [3],
al fine di far guadagno con le armi, si offrirono al capuano, perché questo
trovarono per primo sulla via da cui venivano. E trattenutisi colà alquanto,
dopo aver compiuto molte imprese valorose, ricevendone compenso, accortisi
dell'avarizia del capuano passarono agli stipendi del principe salernitano,
abbandonando l'altro. Accolti con onore da lui, per la gloria militare
che già li aveva resi famosissimi in tutta la Puglia, e soprattutto perché
dal principe nemico erano passati a lui, infiammati ad essergli fedeli
con molti donativi, con incursioni ripetute e frequenti logorarono i Capuani
e terrorizzarono l'intera provincia circostante, come se fosse scoppiata
una calamitosa moria, e vendicando dovunque le offese del principe salernitano,
così tenacemente si impegnarono e repressero quelli che prima si ribellavano
al principe, che intorno tutto tacque, pacificato. Goffredo Malaterra, Le gesta di Ruggero conte di Calabria e Sicilia, RIS2 5/1, 1, 4-6.
[1] Hauteville (Altavilla).
[2] Paolo, Cor., 7,2 ed Hebr., 13,
4.
[3] Pandolfo IV di Capua Guaimario
IV di Salerno, dopo il 1036.
(B) I Normanni […] deliberarono
insieme di istituire un conte su di loro. E così fu. Perché fecero loro
conte Guglielmo, figlio di Tancredi, uomo valentissimo nelle armi e ornato
di ogni buon costume; bello, gentile e giovane. E quando i Normanni ebbero
così fatto, e creato il loro conte, se lo misero davanti e se ne andarono
alla corte di Guaimario, principe di Salerno [1],
ed il principe li accolse come figli, e fece loro grandissimi doni. E
perché fossero onorati più di tutti, diede in moglie a Guglielmo, nuovo
conte, la figlia di suo fratello, che si chiamava Guido. I Normanni ebbero
gran gioia dei doni che gli erano fatti ed ebbero altresì gran gioia che
il loro conte avesse nobile parentela. […] Guaimario […] lo
invitò a spartire la terra, tanto quella conquistata che quella che doveva
conquistare. Chiesero altresì che Rainulfo fosse conte sopra tutti loro;
e questo Rainulfo era il conte d'Aversa, da dove erano partiti quando
andarono a conquistare con Arduino, come è detto più sopra. E tanto il
principe di Salerno quanto il conte di Aversa soddisfecero la richiesta
dei fedeli Normanni. E i Normanni tornarono a Melfi con tutto il loro
signore Guglielmo, e là fu ricevuto come signore; e i Normanni gli obbedivano
come serventi; il migliore fra loro serviva la carne e faceva il bottigliere
ed aveva molto caro di fare quell'umile servizio. Apparecchiarono al suo
cospetto doni e con gran devozione gli chiesero umilmente di prenderli.
E il principe e il conte li rifiutarono con molta letizia e fecero doni
ai Normanni dal proprio tesoro.
Divisero fra loro le altre terre conquistate e da conquistare, con buona
volontà, in pace e buona concordia. In questa maniera Guglielmo ebbe Ascoli;
Drogone ebbe Venosa; Arnolino ebbe Lavello; Ugo Tutabove ebbe Monopoli;
Rodolfo ebbe Canne; Gualtiero Civitate; Pietro Trani; Rodolfo figlio di
Bebana, Sant'Arcangelo; Tristano Montepeloso; Herveo Frigento; Asclettino
Acerenza; Rainfredo ebbe Minervino. E secondo il giuramento, diedero ad
Arduino [2] la sua
parte, cioè la metà di ogni cosa, come era stato il patto. Melfi, poiché
era la città principale, fu in comune fra tutti. E poiché non vale possesso
senza principe, secondo la legge, che fece Guaimario, principe di Salerno?
Investì ciascuno di loro e poi il principe tornò a Salerno e il conte
ad Aversa, sano e salvo. Amato di Montecassino, Storie dei Normanni, FSI 76, II, 29, 31.
[1] Guaimario IV.
[2] Arduino era un cavaliere lombardo,
in precedenza al servizio dei Bizantini, che era stato il primo ispiratore
della campagna che aveva portato alla conquista di Melfi. Sparirà ben
presto dalla scena, che sarà occupata interamente dai Normanni.
(C) In quegli stessi tempi che
vi dico, venne dalla Normandia uno che si chiamava Roberto e dopo fu detto
Guiscardo. E venne per farsi aiutare dal fratello [1].
Chiese che gli facesse beneficio di qualche terra. Non soltanto non ebbe
l'aiuto del fratello, ma neppure ebbe consiglio. […] Questo Roberto
visita i signori, e con fede devota fa loro servizio di cavaliere. E gli
duole il cuore, perché vede gente che non gli è pari avere fortezze e
terre in buon numero, e lui che è valoroso fratello di conte, prestar
servizio d'armi per gli altri. Gran tempo andò come quegli che non ha
strada per il desiderio di aver terra, e senza possesso di terra è gravato
dalla povertà. Ma la presenza di dio dispose che costui [dovesse avere]
diverse genti in sua balia.
Roberto guardò e vide terra assai vasta e città ricche; ville frequenti
e campi pieni di bestiame in quantità. Guardò lontano, fin dove poteva
giungere e pensò al da farsi. Essendo povero, prese condotta da ladrone.
Pochi sono i cavalieri; mancano i mezzi per vivere; nella borsa gli difettavano
i soldi. E poiché era privo di tutto e aveva abbondanza solo di carne,
Roberto viveva sulla montagna come i figli di Israele vissero nel deserto
[2]. Quelli mangiavano
carne con moderazione; questi […] tutti i tipi di carne con lo stesso
sapore. E per bere, Roberto aveva l'acqua di pura fontana. E poi Roberto
tornò dal fratello e gli manifestò la suia povertà. E ciò che disse con
la bocca, lo dimostrò nel viso, che era assai magro. Ma [Drogone] voltò
la faccia, e voltarono la faccia tutti quelli della casa. Roberto tornò
alla sua rocca e girava per i luoghi dove sperava di trovare pane. E faceva
continuamente preda, come gli piaceva; e tutto ciò che [prima] aveva fatto
di nascosto, ora lo faceva palesemente. Prendeva i buoi per arare e le
giumente che facevano buoni puledri […] dieci grassi maiali e trenta
pecore. E di tutto questo non poté avere che trenta bisanti. Ma Roberto
catturava altresì gli uomini, che si riscattavano con pane e vino. E però,
tutto ciò non lo saziava. Amato di Montecassino, Storie dei Normanni, FSI 76, 11, III, 8-9.
[1] Drogone.
[2] Cioè miracolosamente. Il testo
successivo però è lacunoso e poco chiaro.
(D) Mentre dimorava a Scribla
combattendo duramente i Calabresi, Roberto Guiscardo, vedendo che i suoi
deperivano per l'insalubrità del sito e la mutevolezza del clima, si trasferì
più lontano alla ricerca di un luogo più salubre; ma non andando indietro,
come un vile che fugge i nemici; al contrario, portandosi più vicino,
quasi avanzasse contro il nemico, edificò un castello chiamato S. Marco.
Dopo avere eretto il castello non trovava però viveri da metterci dentro;
infatti gli abitanti del paese avevano trasportato nei castelli vicini
tutto quello che avevano perché non fosse preso da loro. Una sera il valletto
che presiedeva alla sua casa gli chiese cosa dovevano mangiare l'indomani,
lui e i suoi cavalieri, dicendo di non avere né cibo né denaro per comprarlo;
e se anche avesse avuto denaro, non avrebbe potuto trovare un posto dove
andare pacificamente.
Guiscardo, che aveva cori sé circa sessanta di quelli che chiamano Slavi
[1], pratici di tutta la Calabria, che si era resi fedelissimi, quasi
come fratelli, con [gran] benefici e più grandi promesse, chiese loro
se conoscevano qualche luogo raggiungibile dove si potesse far preda.
E poiché rispondevano che al di là dei monti altissimi, per vie molto
scoscese, in valli profondissime, sapevano di una preda enorme, che però
non poteva esser tratta di là senza gran rischio, si dice che Roberto
desse questa risposta: “Via, carissimi sostenitori della mia vita, non
tollerate che Guiscardo e voi stessi siate afflitti dalla fame. Infatti
sentimmo spesso che chi ha rischiato è scampato trionfalmente, ma mai
che fosse lodato chi è morto di fame. Andate – aggiunse – come predoni
notturni. L'ebbrezza rende i Calabresi meno vigili, perché essendo questo
giorno festivo, si dedicarono secondo l'usanza a banchetti e bevute. Precedetemi;
vi seguirò coi cavalieri in armi”. E così, dopo essersi sdraiato nel letto
pronto, di notte, all'insaputa di tutti, si alzò, indossando, come quelli
che partivano, una vile veste e le scarpe, di cui essi si servono come
calzature, e si confuse fra quelli. Fattosi così loro sconosciuto compagno
per tutta la notte, non parlò con nessuno. Non voleva neanche incitarli,
perché non si scoprisse chi era; infatti non si fidava completamente di
loro, poiché erano di quella stirpe. Poi, quando giunsero al luogo della
preda, mentre si mettevano davanti tutto quel che trovavano, sollecitava
i compagni ad affrettare il ritorno, saltando da ogni parte e vibrando
l'asta. Quelli cui era stato fatto il danno, accortisi prima dell'alba
che i loro beni erano stati portati via, si mettono all'inseguimento con
duecento cavalieri, per recuperare la preda. Allora Guiscardo, vedendo
gli inseguitori che si avvicinavano e sentendo i compagni che valorosamente
si esortavano l'un l'altro a non lasciarsi sottrarre la preda, per renderli
ancora più decisi rivelò finalmente chi era. Disse Guiscardo: “Eccomi
a partecipare della vostra fatica. Non affronterete nessun pericolo senza
di me. Siate forti d'animo e assaliamo i nemici. Giacché con l'aiuto di
Dio e della fortuna, prevarremo facilmente”. Così disse, e gettandosi
con gran furore contro i nemici, molti ne uccide combattendo, ancor più
ne cattura; mette in fuga i superstiti; resta vincitore. E conseguite
così spoglie trionfali, fece cavalieri i suoi fanti; finalmente tranquillo
li precede, portando con sé i prigionieri, lasciando dietro solo pochi
per condurre la preda. I suoi uomini, quando sul far del giorno li videro
avvicinare così armati al castello, sospettandoli nemici, cercarono gridando
il loro signore per tutto il castello, non sapendo dove fosse. Non avendolo
trovato si turbano; tuttavia escono audacemente dal castello e s'affrettano
contro quelli che ritenevano nemici. Allora Guiscardo, spingendo coi calcagni
il cavallo su cui sedeva, avanza gridando a gran voce: “Guiscardo!”. E
così, riconosciuto da loro, rese tutti felici per la sua presenza e per
il favore della fortuna. Però viene molto rimproverato per avere osato
tanto, ed è esortato a non tentare di nuovo, perché la fortuna, che questa
volta aveva sorriso, in seguito, provocata, non dovesse volgere al peggio.
Arricchito così il castello con la preda e coi riscatti dei prigionieri,
tormentò molto i Calabresi con incursioni continue. Goffredo Malaterra, Le imprese di Ruggero conte di Calabria e Sicilia, RSI2 5/1, 9, 16.
[1] Questi guerrieri, di origine
etnica differente, erano legati esclusivamente al Guiscardo.
(E) Questo Roberto era normanno
di nascita, di origine oscura, d'indole prepotente, animo crudelissimo
e nobile possanza; terribile quando si gettava sulle ricchezze e gli onori
dei grandi; inesorabile nel perseguire i suoi fini; stornava le critiche
con argomenti inconfutabili. La sua statura era gigantesca, tanto che
sovrastava gli uomini più grandi; aveva colorito di fuoco, capelli biondi,
spalle larghe, occhi che gettavano scintille. Dove il fisico dev'esser
largo, era ben costruito, e dove invece si assottiglia, era elegante;
così dalla testa fino ai piedi la sua persona era mirabilmente proporzionata,
come ho spesso sentito dire da molti. Quanto alla voce, se di Achille
narra Omero che chi lo udiva aveva l'impressione di una folla in tumulto,
si dice che l'urlo di quest'uomo mettesse in fuga gli uomini a decine
di migliaia. Avendo dunque tali fortuna, natura ed animo, egli non era
servo a nessuno e non prestava obbedienza a persona al mondo. Anna Comnena, Alexiade, PG 131, I, 10.
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