Il 9 ottobre 2026, dopo una breve malattia, ci ha lasciato Chris Wickham, lo storico che più ha segnato gli studi sul Medioevo delle ultime generazioni, in tutto il mondo. Con la sua straordinaria ampiezza d’interessi e l’inarrivabile capacità d’intuizione, ha trasformato profondamente il modo di studiare le società e le economie dell’Europa e del Mediterraneo medievali.
Nato in Galles nel 1950, ha studiato a Oxford, dove ha conseguito il dottorato nel 1975 con una ricerca sulla Toscana settentrionale dell’VIII secolo. Ha insegnato per quasi trent’anni all’Università di Birmingham e dal 2005 al 2016 è stato Chichele Professor of Medieval History all’Università di Oxford e fellow dell’All Souls College. Ha ricoperto inoltre importanti incarichi di direzione accademica e, nel 2020-2021, è stato direttore della British School at Rome. Era membro della British Academy e dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Al rapporto con l’Italia, nato attraverso lo studio delle fonti toscane, è rimasto legato per tutta la vita.
La sua formazione intellettuale sfugge a una genealogia semplice. Lui stesso raccontava di non aver avuto un solo maestro. Erano state decisive, in momenti diversi, la lettura di Marc Bloch, l’opera di Pierre Toubert sul Lazio, gli studi di Giovanni Tabacco, Cinzio Violante e Vito Fumagalli, la storia sociale di Rodney Hilton e l’incontro con l’archeologia e l’antropologia. Fin dagli esordi, infatti, Wickham non si è limitato a trasferire metodi da una tradizione storiografica all’altra. Ha scelto problemi che obbligavano a far dialogare documenti scritti, archeologia, teoria sociale e conoscenza diretta dei luoghi, valutando ogni volta se le categorie impiegate aiutassero davvero a spiegare le differenze tra i casi.
Già i primi libri sull’Italia altomedievale e poi The Mountains and the City (1988) mostrano la fecondità di questa impostazione. Lo studio ravvicinato delle società appenniniche permetteva di osservare i rapporti tra città e campagne, le forme della proprietà e la capacità d’iniziativa delle comunità locali. Ma per Wickham l’indagine monografica non si esauriva nella ricostruzione di un territorio. Il confronto sistematico era diventato una parte essenziale del suo metodo proprio lavorando a The Mountains and the City: per capire perché una società presentasse certe caratteristiche, occorreva accostarla ad altre società sufficientemente simili, chiedendosi perché avessero seguito percorsi diversi. Il caso locale acquistava così una portata generale senza perdere la propria specificità.
Anche la sua attenzione per l’archeologia nacque da un’esperienza diretta, maturata fin dagli anni giovanili e approfondita nel contatto con gli archeologi italiani. L’archeologia non era per lui un semplice complemento allo studio delle fonti scritte: offriva dati indispensabili su insediamenti, produzione, consumi e circolazione degli oggetti, spesso proprio dove i documenti tacevano. Il dialogo fra le due discipline richiedeva tuttavia rigore. Ancora nel suo penultimo grande libro, The Donkey and the Boat, avrebbe insistito sulla necessità di sviluppare autonomamente le argomentazioni fondate sulle evidenze materiali e quelle fondate sui testi, prima di confrontarne i risultati. Era un insegnamento metodologico preciso: l’accordo tra fonti diverse ha valore solo se non è stato presupposto in partenza.
Negli studi sulla Toscana del XII secolo la sua attenzione si spostò sempre più verso le relazioni interne alle società locali. Comunità e clientele (1995) rese visibili i gruppi dominanti dei villaggi, le reti di dipendenza e la capacità delle comunità rurali di organizzarsi e agire. Le sue ricerche sulla signoria contribuirono inoltre a distinguere forme e intensità diverse del potere signorile, sottraendo il fenomeno a definizioni troppo uniformi. In Legge, pratiche e conflitti (2000), uno dei libri cui egli stesso si dichiarava più affezionato, la documentazione giudiziaria divenne una via per comprendere le strategie delle parti, le loro relazioni prima e dopo la lite, gli argomenti impiegati e i modi effettivi di risolvere i conflitti. Dietro questa scelta c’era anche il confronto con l’antropologia sociale. Wickham spiegava che per capire un processo non basta descrivere ciò che avveniva davanti ai giudici: bisogna ricostruire i rapporti nei quali la disputa aveva avuto origine e quelli che sarebbero continuati dopo la sentenza. Per quel libro esaminò una quantità enorme di documenti toscani, pur sapendo che solo una piccola parte sarebbe entrata direttamente nell’analisi. Le deposizioni gli consentivano talvolta di avvicinarsi alle parole dei contadini; in altri casi, almeno, alle loro pratiche. Mostrava così come interrogare testimonianze prodotte entro rapporti di potere senza scambiarle per una registrazione immediata delle voci di chi vi compare.
Con Framing the Early Middle Ages: Europe and the Mediterranean, 400-800 (2005) Wickham portò la comparazione su una scala molto più vasta. La trasformazione del mondo romano non vi appariva come un percorso unico, replicato con qualche variante nelle diverse regioni. Cambiavano i tempi e le forme della crisi dei sistemi fiscali, della ricchezza aristocratica, dei rapporti di produzione e degli scambi. Per ricostruire quelle traiettorie, il libro integrava sistematicamente fonti scritte e archeologiche e metteva a confronto società che le tradizioni storiografiche nazionali avevano spesso studiato separatamente. La chiarezza della struttura teorica era parte della sua forza: Wickham rendeva esplicite le categorie con cui lavorava, così che il lettore potesse seguirne e discuterne l’uso. La comparazione, nella sua opera, non serviva a cancellare le differenze. Doveva invece renderle intelligibili. Per questo insisteva sulla necessità di conoscere a fondo le singole regioni e, insieme, di sottrarsi ai racconti che ciascuna storiografia tendeva a dare per acquisiti. Anche le grandi sintesi The Inheritance of Rome (2009) e Medieval Europe (2016) nascono da questa capacità di passare tra scale diverse. Non offrono una semplice successione di eventi, ma spiegazioni delle strutture sociali e politiche entro le quali quegli eventi diventano comprensibili.
Negli anni successivi Wickham tornò con nuovo slancio alla storia delle città italiane. Roma medievale (2013) ricostruì una società urbana complessa senza ridurla alla storia del papato o delle sue famiglie maggiori. Sleepwalking into a New World (2015), tradotto come Sonnambuli verso un nuovo mondo, rimise in discussione un racconto consolidato delle origini dei comuni: secondo la sua ipotesi, gli attori politici dell’XI e del primo XII secolo non conoscevano in anticipo l’esito delle loro iniziative. Le forme comunali presero corpo attraverso scelte, conflitti e sperimentazioni, con cronologie differenti da città a città. Nel corso delle discussioni che il libro ha stimolato, ha più volte dichiarato che il suo intento non era rinunciare alle grandi interpretazioni, ma chiedere agli storici di riesaminare gli assunti, talvolta radicati in miti nazionali o ideologici, sui quali esse si fondavano.
Un’altra svolta importante è venuta dalla grande ricerca sull’economia mediterranea fra X e XII secolo. The Donkey and the Boat (2023), tradotto in italiano come L’asino e il battello, è nato anche dall’insoddisfazione – come diceva talvolta «mi fa arrabbiare…» – verso il racconto tradizionale della “rivoluzione commerciale”, nel quale l’espansione dei mercanti delle città italiane occupava il centro della scena. Lo studio dei documenti della geniza del Cairo e dei papiri arabi, insieme ai dati archeologici, lo ha portato a ricostruire economie regionali e reti di scambio già attive sulle sponde meridionali e orientali del Mediterraneo. L’Egitto, al-Andalus, l’Ifrīqiya, la Sicilia e Bisanzio entravano così in un quadro comparativo che ridimensionava il presunto primato iniziale dei porti italiani. Il titolo del libro ne esprime, infatti, una delle tesi principali: prima dei battelli e del commercio sulle lunghe distanze vengono gli asini, cioè la circolazione locale e regionale dei beni. Per capire la complessità di un’economia occorre guardare alla produzione e alla domanda interne, ai beni di largo consumo più che ai soli oggetti di lusso, agli scambi ai quali partecipavano anche i contadini.
Il suo ultimo libro, Le due facce del Comune. Governare ed essere governati nell’Italia comunale, 1150-1225 (2026), ha proseguito la ricerca sui comuni interrogandosi su una fase successiva. Al centro non vi è soltanto la crescita delle istituzioni cittadine, ma il modo in cui le città impararono, con tempi e risultati diversi, a esercitare il potere sulle campagne. Fortissimo il legame con Legge, pratiche e conflitti: le deposizioni dei testimoni permettono di osservare anche l’altra faccia di quel processo, ovvero ciò che gli abitanti dei villaggi pensavano dell’autorità cittadina. La formazione di pratiche di governo più regolari emerge così da un rapporto difficile con i governati, che conservavano margini di scelta, opposizione e negoziazione. Anche qui Wickham è tornato a documenti in parte noti, ma ha posto loro domande capaci di aprire un’altra prospettiva.
Questa continuità tra ricerche tanto diverse costituisce forse la sua lezione più duratura. Wickham insegnava a leggere i documenti in profondità, a confrontarsi con l’archeologia, a formulare spiegazioni abbastanza ampie da poter essere messe alla prova del confronto e abbastanza precise da non appiattire le differenze. Insegnava anche che una categoria interpretativa è utile finché aiuta a capire le fonti, e che una narrazione autorevole deve poter essere discussa e corretta. È stato uno storico capace di cambiare scala, tema e documentazione senza smettere di chiedersi come vivevano e agivano le persone entro le strutture sociali che ricostruiva.
Complessivamente Chris Wickham è stato autore di una quindicina di monografie e di un numero impressionante di saggi, prefazioni, conclusioni, discussioni, che è quasi impossibile contare. Ne viene dato in parte conto in una lunga intervista che Chris volle scrivere direttamente in italiano, pubblicata da Reti Medievali Rivista nel 2022. Vi ripercorreva il proprio lavoro con la stessa franchezza con cui discuteva le ipotesi degli altri: spiegava l’origine delle sue domande, riconosceva i debiti intellettuali e tornava sui punti dei propri libri che avrebbe oggi formulato diversamente. Riletta ora, quell’intervista permette di vedere, dietro una produzione scientifica eccezionale, una inesauribile curiosità e una ricerca rimasta aperta fino agli ultimi anni: curiosa delle fonti nuove, attenta alle obiezioni e sempre pronta a ricominciare da una domanda. Nei mesi scorsi, per esempio, si stava dedicando allo studio del Giappone medievale.
Tutto questo è stato Chris Wickham. Ma per chi lo ha conosciuto, anche solo un poco, è stato molto di più. È stato, semplicemente, Chris. Con il suo sorriso dolce e la sua timidezza, che si leggeva in tanti piccoli gesti. Con la sua incredibile generosità nel segnalare fonti, studi, spunti di ricerca, possibili idee e interpretazioni. Con la disponibilità, sempre, ad ascoltare, leggere testi, discutere con chiunque glielo chiedesse: colleghe e colleghi di ogni ordine e grado, giovani ricercatrici e ricercatori all’inizio della loro carriera, che un po’ titubanti non si capacitavano di come uno studioso di tale calibro potesse genuinamente interessarsi alle loro ricerche e domande. È stato così per me, ed è stato così per moltissimi altri nella nostra comunità scientifica. Perché Chris era una persona umile, e pensava che l’umiltà sia una delle qualità più importanti per chi fa ricerca.
Per questo so che il dolore è adesso una ferita che brucia, ma peggio sarà l’assenza negli anni a venire. Ogni volta che, con la mente magari distratta in qualcuno dei nostri impegni quotidiani, ci verrà da pensare: «Questo devo chiederlo a Chris», «Questo articolo voglio farlo leggere a Chis», «Chissà Chris cosa ne dice?». E allora davvero ci renderemo conto di quanto ci manca.
Maria Elena Cortese


